Entrare nel mondo di Zerocalcare significa accettare un patto non scritto: ridere fino alle lacrime per poi ritrovarsi, un secondo dopo, con un nodo alla gola che non va più giù. Con la nuova serie Netflix Due Spicci, l’autore di Rebibbia fa un ulteriore passo in avanti, spogliandosi di ogni filtro. Non c’è epica, non ci sono risposte pronte. C’è solo la disarmante onestà di chi decide di mettersi a nudo, mostrando le proprie crepe senza la pretesa di aggiustarle.
La prima cosa che mi colpisce è l’uso del contrasto. Non parlo solo di luci, ma di contrasto emotivo. Zerocalcare non mette in scena un supereroe. Il protagonista è un ragazzo comune, universale nella sua semplicità, che affronta la quotidianità armato solo delle sue fragilità. Ma la vera forza della serie sta in quello che non si vede subito, in quella che l’Armadillo – cinica ed esilarante voce della coscienza – definisce la “cantina”.

“Inutile che fai er figo e metti la cera in salotto, Zero. La cantina tua è sempre la stessa: piena de spini, ragnatele e intrecci che se ce metti er piede dentro, ce rimani secco”.
È proprio in quella cantina che ci riconosciamo tutti. Da scrittore, trovo straordinaria la capacità di tradurre in battute fulminanti nodi psicologici complessi. Quegli “spini” sono le nostre ansie, i rimpianti, i traumi non digeriti che cerchiamo di nascondere sotto il tappeto del salotto buono. Questa onestà intellettuale ed emotiva è un atto di coraggio raro, un mettersi a nudo che abbatte qualsiasi distanza tra lo schermo e lo spettatore.
Sullo sfondo di questa analisi interiore c’è la periferia, che non è mai un semplice elemento scenografico, ma un personaggio a tutti gli effetti, claustrofobico e protettivo al tempo stesso. Due Spicci racconta le storie di ragazzi cresciuti troppo in fretta tra i palazzoni e i campetti di cemento.
La serie affronta con una naturalezza disarmante dinamiche dure come il bullismo – subito o inflitto – visto come quell’ombra che ti porti dietro anche quando diventi adulto e impari a muoverti nel mondo. E poi ci sono gli amori: mai idealizzati, spesso goffi, fatti di treni persi e di parole strozzate in gola perché, alla fine,

“se poi ti dico quello che provo, capace che scombino tutto e restiamo a piedi tutti e due”.
Il vero fulcro narrativo, però, rimane la fratellanza. Quello spaccato generazionale incentrato su un nucleo di amici storici, quelli che ti conoscono da quando avevi le ginocchia sbucciate e le tasche vuote. Le cose cambiano, la vita prende direzioni diverse, c’è chi in qualche modo “svolta” e chi resta indietro, schiacciato dal peso del quartiere e dalle proprie scelte. Eppure, quel filo invisibile non si spezza.
C’è un momento nella serie che trovo perfetto per tempi e intensità: il gruppo si ritrova al solito muretto, dopo anni di distanze e silenzi. Non servono grandi discorsi o spiegazioni. Come dice Secco, con la sua solita, tagliente concretezza:

“Semo cambiati, Zero. C’avemo le rughe, le bollette da pagà e ognuno c’ha i cazzi suoi. Ma se caschi te, caschiamo tutti. Quindi vedi de sta ‘n piedi.”
È questa la vera poesia di Due Spicci. Zerocalcare non vuole insegnarci a vivere e non ci offre una morale consolatoria. Ci regala un’opera che ci abbraccia nei nostri fallimenti, ricordandoci che avere la cantina piena di ragni fa paura, sì, ma fa meno paura se sai che c’è qualcuno pronto a scendere quei gradini al buio insieme a te.

