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Blast, quando un fumetto diventa uno specchio della nostra società

Un viaggio nella solitudine, nella ricerca di libertà e nelle contraddizioni della società contemporanea

by redazione

Ho ritrovato la graphic novel di Manu Larcenet a distanza di qualche anno. L’avevo già letta, ma questa volta è stato diverso: forse perché nel frattempo sono cambiato io, o forse perché alcune storie hanno bisogno di tempo per rivelare quello che hanno da dirci. E Blast, oggi, sembra parlare anche di noi.
Blast di Manu Larcenet è un’opera davvero particolare. E, a mio avviso, uno dei graphic novel più interessanti e disturbanti del fumetto europeo contemporaneo.
Ci sono libri che, una volta letti, finiscono semplicemente su uno scaffale. E poi ce ne sono altri che, per qualche ragione, continuano a rimanerti dentro. Magari li dimentichi, passi ad altro, ti capita di ritrovarli dopo qualche anno e decidi di riaprirli. Pensi di sapere già cosa ti aspetta, ricordi la storia, i personaggi, magari anche qualche tavola che ti aveva colpito. Poi cominci a leggere e ti accorgi che qualcosa non torna: la storia è la stessa, ma tu la stai guardando con occhi diversi.
Mi è successo con Blast, di Manu Larcenet. L’avevo incontrato per la prima volta circa tre anni fa. Una graphic novel che mi aveva colpito per il disegno, per la sua atmosfera cupa, per quel modo così particolare di raccontare una storia. L’ho ritrovata dopo qualche tempo e ho ricominciato a leggerla dalla prima pagina. Questa volta, però, non mi sono fermato alla trama. Ho avuto la sensazione di entrare in un’opera diversa, più profonda, quasi più difficile da attraversare. Forse perché nel frattempo sono cambiate alcune cose, il modo di osservare il mondo, le domande che ci si porta dietro, la sensibilità con cui si interpretano certe esperienze.

Per chi non la conoscesse, Blast racconta la storia di Polza Mancini, un uomo che ha abbandonato la propria vita precedente per ritirarsi ai margini della società. Un tempo aveva un lavoro, una famiglia, un’identità riconoscibile. Poi qualcosa si è spezzato. Polza sceglie di allontanarsi da tutto: dalle convenzioni, dalle responsabilità, dai rapporti umani, da quel sistema di regole che normalmente organizza la nostra esistenza. Vagabonda, attraversa luoghi isolati, vive ai margini e cerca qualcosa che non riesce più a trovare nella vita ordinaria.
La narrazione prende forma durante un interrogatorio. Polza è stato arrestato e gli investigatori cercano di ricostruire quello che è accaduto, mentre lui racconta la propria esperienza in maniera frammentaria, personale, spesso contraddittoria. Non è un narratore di cui possiamo fidarci completamente. La sua percezione della realtà è continuamente messa alla prova e il lettore si trova in una posizione scomoda: ascolta, osserva, cerca di capire, ma non può mai essere del tutto sicuro di avere davanti la verità.
Il titolo dell’opera prende il nome da un’esperienza che Polza chiama proprio Blast: una sorta di illuminazione, un momento di intensità assoluta nel quale sembra dissolversi tutto ciò che normalmente condiziona la sua esistenza. Il corpo, il dolore, le convenzioni, il passato. Per un istante tutto sembra acquistare un significato diverso. È una rivelazione o un’illusione? Una forma di libertà oppure un’altra tappa della sua autodistruzione? Larcenet non offre risposte rassicuranti. E forse è proprio questo uno dei motivi per cui la storia continua a lavorarti dentro anche dopo aver chiuso il libro.
A distanza di tre anni, quello che mi ha colpito maggiormente è il rapporto tra Polza e la società dalla quale decide di fuggire. Guardandolo oggi, è difficile non trovare qualche parallelismo con il nostro tempo. Viviamo in una società che ci chiede continuamente di essere produttivi, efficienti, aggiornati, competitivi. Dobbiamo avere un lavoro, raggiungere obiettivi, costruire una reputazione, essere riconoscibili. Anche il tempo libero sembra aver perso una parte della sua naturalezza: deve diventare un’esperienza da raccontare, un viaggio da mostrare, un’occasione per migliorarci. Persino il benessere, in molti casi, sembra essersi trasformato in un’altra prestazione da raggiungere.

Polza rifiuta tutto questo. Non vuole più essere una persona riconoscibile secondo i parametri degli altri. Non gli interessa apparire, avere successo, appartenere a qualcosa. Ma la sua fuga non coincide necessariamente con la conquista della libertà. Anzi, progressivamente sembra perdere anche gli strumenti per vivere quella libertà. Ed è qui che la storia diventa interessante: perché mette in discussione una convinzione piuttosto diffusa, quella secondo cui allontanarsi da ciò che ci soffoca sia sufficiente per ritrovare se stessi.
Non sempre è così. A volte la fuga è soltanto un’altra forma di smarrimento.
C’è poi il tema della solitudine, forse uno dei più attuali. Siamo costantemente connessi, comunichiamo attraverso schermi, condividiamo pensieri e immagini, sappiamo in ogni momento cosa fanno persone che magari non incontriamo da anni. Eppure questa continua connessione non sembra aver risolto il nostro bisogno di relazioni autentiche. Polza sceglie l’estremo opposto: si sottrae agli altri, si allontana dalla comunità, riduce al minimo i rapporti umani. La sua solitudine nasce come una scelta, ma finisce per diventare una condizione dalla quale è sempre più difficile uscire. La differenza, forse, sta proprio qui: c’è una solitudine che ci permette di ritrovarci e un’altra che, lentamente, ci allontana da tutto.
Anche la ricerca di qualcosa di autentico attraversa tutta l’opera. Polza cerca un’esperienza che non sia filtrata dalle regole sociali, qualcosa che gli restituisca la sensazione di essere veramente vivo. Il Blast diventa il centro di questa ricerca. Ma viene spontaneo chiedersi quanto siamo disposti a spingerci lontano pur di provare un’emozione intensa, di trovare un momento capace di dare un senso a tutto. È una domanda che riguarda anche noi, immersi in una cultura che sembra confondere sempre più spesso l’intensità con la profondità. Vogliamo esperienze straordinarie, sensazioni forti, stimoli continui. Ma vivere qualcosa di eccezionale non significa necessariamente aver trovato qualcosa di importante. A volte l’emozione passa e non lascia nulla, se non il bisogno di provarne un’altra.
Un altro aspetto che Larcenet affronta senza fare sconti è il nostro modo di giudicare gli altri. Polza è un uomo difficile da accettare. Il suo aspetto, il suo comportamento, il suo rapporto con il mondo provocano disagio. È facile catalogarlo, prendere le distanze, decidere che appartenga a una categoria di persone dalla quale è meglio tenersi lontani. Ma la storia ci costringe a fare un passo in più. Capire una persona non significa giustificarne le azioni, così come riconoscerne la fragilità non significa assolverla dalle proprie responsabilità. Significa provare a guardare oltre la prima impressione, oltre le etichette che utilizziamo così spesso per semplificare la complessità umana. In un’epoca in cui il giudizio è diventato immediato, soprattutto sui social, è un esercizio tutt’altro che inutile.
E poi c’è la natura. Nelle pagine di Blast assume una presenza enorme, quasi una protagonista silenziosa. Polza cerca rifugio nei boschi, nei paesaggi isolati, lontano dalle città e dalle persone. Ma Larcenet non rappresenta la natura come un luogo magico nel quale ogni problema trova soluzione. È uno spazio immenso, affascinante, a volte ostile, soprattutto indifferente. Non giudica, non consola, non offre risposte. È semplicemente lì. Un’immagine che mette in discussione anche una certa idea contemporanea del ritorno alla natura come rimedio universale a ogni malessere. Allontanarsi dal rumore può aiutarci a riflettere, ma non significa necessariamente trovare le risposte che cerchiamo.
Tutto questo sarebbe già sufficiente a rendere Blast un’opera da leggere, ma c’è un altro elemento che merita attenzione: il modo in cui Larcenet utilizza il disegno. E qui, personalmente, trovo che la graphic novel raggiunga uno dei suoi risultati più interessanti.

Non si tratta soltanto di raccontare una storia attraverso le immagini. Larcenet costruisce un’esperienza visiva che, in alcuni passaggi, supera quasi la necessità delle parole. Il segno è a tratti nervoso, sporco, deformato. I volti e i corpi sembrano portare addosso il peso delle loro esistenze. Poi arrivano le tavole dedicate ai paesaggi, spesso in bianco e nero, con un uso straordinario dei vuoti, delle ombre e delle prospettive. Ci sono pagine nelle quali sembra che il tempo si fermi. Non accade apparentemente nulla, eppure si percepisce tutto: l’isolamento, la vastità, il silenzio, il disagio.
Quando Polza attraversa il Blast, il linguaggio visivo cambia, si apre, lascia spazio a immagini che hanno qualcosa di visionario. Il disegno non si limita a illustrare ciò che il protagonista racconta: ci porta dentro la sua percezione, ci fa vedere il mondo come potrebbe apparire ai suoi occhi. È una differenza sostanziale. Le immagini non accompagnano semplicemente la narrazione, ma diventano esse stesse narrazione.
È anche per questo che credo sia riduttivo considerare una graphic novel soltanto un fumetto, almeno nel senso più superficiale con cui spesso viene utilizzata questa parola. Non perché il fumetto sia un genere minore, tutt’altro, ma perché opere come questa dimostrano quanto possa essere ampio il suo linguaggio. Disegno, composizione, ritmo, luce, silenzio e parola concorrono a costruire un racconto che non si limita a essere letto: viene attraversato. In alcune tavole ci si sofferma quasi come davanti a una fotografia, cercando di capire da dove arrivi quella luce, perché l’autore abbia scelto proprio quell’inquadratura, quanto spazio abbia lasciato al vuoto. Si guarda, si torna indietro, si osserva di nuovo. È una forma di lettura diversa, nella quale l’esperienza visiva ha lo stesso peso delle parole.
Forse è anche questo che rende possibile una riscoperta dopo qualche anno. Alla prima lettura ero rimasto colpito soprattutto dall’atmosfera e dalla forza del disegno. Oggi mi accorgo di essere più interessato alle domande che la storia lascia aperte. Quanto della nostra vita è davvero una scelta? Quanto, invece, è il risultato di aspettative che abbiamo imparato ad accettare senza neppure accorgercene? E quando la realtà ci delude, quanto è facile confondere il desiderio di cambiarla con quello di fuggirla?
Non credo che Manu Larcenet voglia suggerirci di accettare passivamente il mondo nel quale viviamo. Né che Polza debba diventare un modello, una figura da seguire o da idealizzare. Sarebbe una lettura troppo semplice. La sua storia ci mette piuttosto davanti al rischio di spingerci così lontano dal mondo da perdere progressivamente la capacità di riconoscerlo, e di riconoscere gli altri.
Alla fine, quello che mi resta di Blast non è una morale, né una risposta definitiva. È una sensazione, insieme a qualche domanda che continua a riaffiorare. E forse è questo il valore delle opere che meritano di essere riscoperte: non ti restituiscono necessariamente quello che ricordavi, ma ti mostrano qualcosa che prima non eri pronto a vedere.
Ho ritrovato un libro che avevo già letto, ma soprattutto ho ritrovato un modo diverso di guardarlo. E mi sono ricordato che una storia disegnata, quando incontra uno sguardo capace di fermarsi, può diventare molto più di una storia. Può essere uno specchio nel quale, qualche volta, non è affatto comodo riconoscersi.

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