giovedì , 26 Maggio 2022

“Uno, nessuno, centomila” e infiniti motivi per vederlo al Quirino 

Infiniti i motivi per vederlo e scroscianti applausi a dargliene merito in occasione del debutto di “Uno, nessuno, centomila” con protagonista Pippo Pattavina, in scena fino al 30 gennaio al teatro “Quirino”. Eccellente interpretazione di Pattavina nella parabola del protagonista che, nel guardarsi allo specchio, si scopre la differenza tra l’immagine che egli ha di sé e quella che hanno invece gli altri di lui. Ecco che in un’escalation di consapevolezza vanno letteralmente in pezzi tutti i frammenti di identità.  

Capolavoro di Luigi Pirandello, l’opera letteraria è trasposta con eleganza, maestria e scelte originalissime sul palco del Teatro Quirino dove rivive lo spirito intatto del Genio agrigentino. Merito certo di Pippo Pattavina, così autentico da risultare sdoppiato e destabilizzante, fluido e profondamente comunicativo pur nell’impossibilità di condividere con gli altri –sordi al suo tormento che etichettano follia-  il doloroso sapersi “Uno, nessuno, centomila”. La molteplicità che si polverizza in frammentarietà è il tipico fulcro delle storie pirandelliane.

Il romanzo, che venne pubblicato nel primo quarto del Novecento, esprime la summa del pensiero pirandelliano e condensa nel testo l’amara consapevolezza e riflessione
sull’Essere e sull’Apparire, sulla Società e l’Individuo, nella costante dicotomia tra Natura e la Forma. Al centro dell’intreccio c’è l’inconcludente, infantile e vanesio Moscarda, moderno antieroe del romanzo novecentesco. Moscarda eredita da Dostoevskij i tratti genetici dell’ «uomo del sottosuolo», ma è anche parente stretto dello Zeno Cosini di Svevo, ed alter ego di Mattia Pascal. Vivere l’esperienza del suo io che si frantuma in pezzi di specchio che rifrangono ciascuno un tassello cangiante della sua personalità lo sgancerà dal mondo portandolo sull’orlo di quella follia di cui tutti lo accusano e che, per ironia della sorte, è invece l’unica parte sana e autentica del suo essere. Dante direbbe che Moscarda è soggetto, come tutti i personaggi della sua Divina Commedia specchio più della nostra vita terrena che non dell’Aldilà, ad una variante della legge del contrappasso: mentre varca i confini della verità su se stesso e procede pericolosamente sospeso sul baratro della follia, scoprirà l’infinita libertà di chi, senza nome e senza ricordi, muore e rinasce a ogni istante. Come ognuno di noi, sempre a patto di avere il coraggio di muovere il primo passo.

In scena, accanto al protagonista interpretato da Pippo Pattavina, c’è un bravissimo cast: guidato in primis dall’attrice Marianella Bargilli insieme ad Osario Minardi, Mario Opinato e Gianpaolo Romania. Le musiche originali sono firmate da Mario Incudine e le scene di Salvo Manciagli. A curare ottimamente la regiac’è Antonello Capodici che illustra così la sua visione: «La scena è abbacinante. Di un bianco perfetto, luminoso, totale. Una scatola bianca. Ma ad una visione più attenta capiremo che le pareti non sono così “innocenti” come sembrano. Un’ouverture dalla quale si dipanano sia la vicenda che il suo commento. Siamo in molti luoghi, cioè in nessuno. La mente del Protagonista, certo. Ma anche una cella, una stanza d’ospedale o di manicomio. È un luogo “non-luogo”, che però si riempie subito di visioni. Ecco, allora, che le pareti della scatola, risultano sì bianche, ma come calcinate. Intonacate da materiale denso, grumoso, impervio».

Il regista continua così: «L’eleganza formale di un Maestro come Pattavina: spensierato narratore in “flash-back”. Furente doppio di sé stesso nelle vicende più dolorose. In questo auto-sostituirsi, c’è persino il possibile riscatto all’impotenza originaria, all’inanità di una esistenza precedente, inconsapevolmente sprecata.

Una sola attrice – il “femminile”, mutevole, soggiogante, oscuro ed ambiguo, di Marianella Bargilli, inquieta ed inquietante – interpreta sia la moglie Dida che la “quasi amante” Maria Rosa, provocantemente ingenua, in maniera speculare, costretta com’è nel suo disturbo “evitante”. E non tragga in inganno la struttura tradizionale del romanzo d’origine: sì che ribolle delle stesse ferocie familiari che hanno reso l’autore, l’intelligenza più acuta, crudele, definitiva di tutto il Novecento. Oggi parleremmo di “disfunzionalità” e “disturbi del comportamento”. Pirandello, infatti, anticipando di decenni le conclusioni della “Gestalt”, descrive, in realtà, dei sintomi. Scopre – fra le pieghe di un apparente “feuilleton” – una vasta rete di disturbi e nevrosi, epitome di un più ampio malessere, che contagia le società moderne come, tutt’oggi, le intendiamo. Sono tratti di personalità istrioniche; disturbi “borderline”; disturbi ego-sintonici, che i personaggi del dramma hanno tramutato in manie compulsive, in ansie da controllo. Disfunzionalità dell’umore. Bipolarismo. Rimane, infine, la libertà del racconto. La forza redentrice del relativismo, il sollievo del ridicolo. Narrazione /interpretazione/ esposizione: le atmosfere oniriche, le evocazioni. Lo smobilitamento finale del trauma, che rimanda alle moderne tecniche dell’MDR». 

 

Alessandra Battaglia

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