Una parabola per ridere, riflettere, ridere e ancora ridere e riflettere a ritmo serratissimo fino a desiderare di vederlo ancora, stasera e fino al 24 aprile a Roma all’Ambra Jovinelli. Questo è l’effetto di “Uno spettacolo divertentissimo che non finisce assolutamente con un suicidio” interpretato anzi “convissuto” da Lodo Guenzi, per la regia di Nicola Borghesi. Sulla parola composta (ed il valore di divertente aneddoto indimenticabile) vale la pena di ascoltarne il racconto direttamente dallo stesso Guenzi. L’artista sciorina dal palcoscenico verso il pubblico tutta una serie di pagine di vita ed esperienze interessantissime per sfatare miti di successo e di sfortuna, ma anche pregiudizi e subiti bullismi di varia natura. In scena c’è una bella stand up comedy veramente originale che apre a variazioni molto colorite e godibilissime. In una chiave così gradevole e coinvolgere da scatenare il pubblico scorre tutta la biografia di Lodo Guenzi, noto soprattutto come musicista de “Lo stato sociale” fin dal 2009. Si parte dagli anni di studio in cui Lodo si deve imporre di abituarsi alla libera interpretazione… con metodi a dir poco anticonvenzionali, fino all’esordio a Sanremo dove, da sconosciuto, arriva tra i Big. Alla kermesse sanremese il gruppo bolognese di Guenzi propone “Una vita in vacanza”, brano che fa registrare 23 milioni di ascolti. Ha un testo che rimane nelle orecchie ma di vasta profondità.
Ma sul bellissimo palco dell’Ambra Jovinelli il musicista racconta cosa ha comportato l’esperienza di Sanremo: essere a Sanremo vuol dire ritrovarsi in un luogo in realtà completamente sconosciuto dove emergono all’ennesima potenza tutte le paure di un artista, in primis di non piacere ad un pubblico vasto. Lo spettacolo corre veloce in 70 minuti per disegnare episodi travolgente ente comici quanto assurdamente veri. La differenza tra interprete e attore si elide e le storie raccontate diventano una riflessione sulla irresistibile chiamata alla ribalta delle scene, qualunque forma esse assumano. Si attraversano così i timori di “entrare nelle case” delle persone tramite il piccolo schermo e magari incassare un mancato successo per poi passare invece all’ansia da prestazione che impone un successo clamoroso. Quel vivere una dissociazione nel ritrovarsi catapultati in un mondo tanto desiderato da spettatore e che, da protagonista, diventa un’altra cosa. Sentirsi rivolgere domande assurde che esulano dal proprio vissuto e venir caricato di aspettative per nulla commisurate ai propri valori quando per anni, durante lo studio, l’unico imperativo era “sii te stesso, liberati” e invece il mondo fittizio dell’apparire esige che tu sia contemporaneamente una versione di te stesso libera ma anche totalmente asservita al “copione” che di volta in volta devi interpretare. Credibile ma assolutamente falso.
Insomma devi comprendere ed accogliere una paradossale verità: c’è più recita in tv che in teatro. Trovi più libertà sulle tavole consumate di un teatro che in uno studio televisivo. Questa lezione di vita è trasmessa ad un coinvolgente ritmo iperveloce da Lodo Guenzi. Splendido l’omaggio dell’interprete a Paolo Rossi, l’intellettuale degno tanto di stima che di riconoscenza. La scenografia è semplicissima ma efficace: una tenda carica di paillettes che ben rappresenta tutto lentrare ed uscire di scena, dalla propria vita, fino a quella diversa davanti al pubblico. In questo andirivieni si ride e soprattutto si riflette con profonda consapevolezza di quanto il mondo patinato in cui tanto si vorrebbe entrare, da dentro è tutt’altro, e decisamente spiazzante per chiunque, perfino per un musicista con talento autentico, ma soprattutto per l’artista che, come tale, fa quel che sente, refrattario alle etichette.
Lo show si conclude con una canzone finale che rappresenta ancor di più il senso dello spettacolo di Guenzi e tutta la sua profondità.
Antonella Sabbi

