Un assolo che diventa linguaggio universale per qualunque latitudine del dolore. Questo l’incanto magnetico che trascina nell’abisso degli strazianti “I diari della guerra” in scena fino a stasera al Teatro “Lo Spazio” di Roma. Una interpretazione da stato di grazia quella di altissima caratura fornita, con femminile inquietudine, da Elena Arvigo. L’attrice crea un’escalation emotiva potente e di grande coinvolgimento muovendosi, nell’ampia gamma che spazia tra grazia e rabbia, in una scenografia -firmata da Paolo Meglio- molto suggestiva e tanto ben calcolata da meritare di eguagliare la splendida selezione di testi della pièce –a cura della stessa Elena Arvigo. L’inchiostro che scorre nell’interpretazione della Arvigo reca infatti la firma registica della stessa attrice ma è una intensa combinazione dei testi redatti, in chiave autobiografica, dalla scrittrice Marguerite Duras (ulteriori dettagli nell’altra nostra pubblicazione : ).
In scena, per un’ora e mezza partecipiamo al dramma di una donna che ha il carisma di essere al contempo moderna e antica come lo è questa forma universale di perdita e dolore. Questa donna vibra le proprie emozioni tra i bauli e mobili liberty ricoperti di libri, fogli, riviste, diari e un telefono. Poi ancora porcellane e ricami con cui si scambia momenti di furiosa intimità nel tentativo di ripetere i gesti di sempre: apparecchiare per due, quando l’altro è chissà dove, ancora in questo mondo o sul limitare dell’altro. La recitazione riporta lo spettatore indietro nel tempo, agli orrori della deportazione e dell’olocausto.
Ma è così ben rappresentata da divenire dolore di ogni persona in ogni luogo, ci appartiene come la stessa nostra esistenza, ne sentiamo la tremenda comunione. A suggerire la vertigine che avviluppa in un crescendo è quel tanto familiare ambiente domestico che man mano si annienta assieme ai sentimenti che tormentano la protagonista, risucchia e consuma ancora brandelli di vita l’altalenante attesa della persona cara, persa nella morsa della deportazione, introvabile. L’attesa è anche speranza, quindi rende ancora più lacerante il passare del tempo, tra deliri e giravolte, tra strazianti urla e abisso di silenzi.
Ma quando l’attesa è così dolorosamente lunga che attanaglia, quando le atrocità sono così innominabili, diventano serie di nomi, di numeri, allora consumarsi ad aspettare diventa trappola da cui la mente non riesce ad uscire. Non potrà più farlo neanche se avesse un lieto fine, perché perdersi nell’abisso del tormento può essere un’esperienza senza ritorno. Stasera è l’ultima data, un unico imperativo: non perdere lo spettacolo, impegnativo ma mai noioso.
Antonella Sabbi

