A volte la differenza tra una tragedia e una speranza passa attraverso pochi minuti. E attraverso una persona qualunque che si trova nel posto giusto al momento giusto.
Il pomeriggio del 1° giugno, in pieno centro a Palestrina, intorno alle 18:20, una donna viene colpita da un grave malore, cade sotto la statua del Pierluigi, in piena piazza, e perde conoscenza. Tra i primi ad accorgersi di quanto sta accadendo c’è Giordana, residente in città da undici anni. Quel giorno era uscita con il marito per una semplice passeggiata prima di andare a prendere la figlia un’ora dopo. Quella che doveva essere una serata come tante si è trasformata in una corsa contro il tempo.
Ascoltando direttamente Giordana, capiamo subito che è arrivata in piazza proprio per puro caso,anticipando di oltre un’ora un appuntamento come dichiara ai microfoni di Monolite Notizie la stessa Giordana, colei che è intervenuta soccorrendo la signora colta da malore.
Ma accanto all’ammirazione per il coraggio e la lucidità di Giordana, resta un pesante elemento che non può essere archiviato come un semplice dettaglio. Se verrà confermato che il defibrillatore pubblico presente in piazza a Palestrina non era utilizzabile a causa della batteria scarica o di altre carenze manutentive, ci si troverebbe davanti a un fatto di estrema gravità. Un DAE installato in un luogo pubblico rappresenta una promessa di sicurezza per la comunità e, nelle emergenze cardiache, ogni singolo minuto può fare la differenza tra la vita e la morte.
Proprio per questo appare necessario che venga fatta piena chiarezza, accertando le cause del mancato funzionamento del dispositivo, verificando se i controlli previsti siano stati effettivamente eseguiti e individuando, ove emergano, le eventuali responsabilità. Non per alimentare polemiche, ma perché la fiducia dei cittadini nei presidi salvavita passa dalla certezza che questi siano sempre pronti all’uso quando servono davvero.
C’è inoltre un aspetto fondamentale che riguarda il rapporto di fiducia tra istituzioni e comunità. La presenza di un defibrillatore in una piazza pubblica rassicura i cittadini, che legittimamente confidano nel fatto che quel presidio sia efficiente e immediatamente utilizzabile in caso di emergenza. Scoprire, proprio nel momento del bisogno, che quel dispositivo potrebbe non essere in grado di svolgere la funzione per cui è stato installato significa incrinare quella fiducia e lasciare aperti interrogativi che meritano risposte chiare, puntuali e verificabili.
Riportiamo di seguito l’intervista esclusiva rilasciata dalla signora Giordana.
Giordana, come si è trovata coinvolta in questa vicenda?
«Io e mio marito eravamo usciti in macchina già da molto prima e dovevamo riprendere nostra figlia alle 19.30. Siccome erano solo le 18:30 circa, essendo in anticipo, abbiamo deciso di fare una passeggiata in centro. Arrivati vicino al Monumento di Pierluigi abbiamo visto alcune persone e una signora già a terra, come scivolata sotto la panchina».
Qual è stata la prima impressione?
«Pensavo si trattasse di un semplice malore e invece mi sono trovata davanti una situazione di vera emergenza. La signora era priva di sensi, non respirava. Due persone che, lì per caso, stavano mangiando un gelato ne avevano attutito la caduta. Mi sono avvicinata istintivamente.
Qui inizia la paura vera, inizio con le prime manovre praticando il massaggio cardiaco e le persone che mi stavano vicine si sono prestate per recuperare il defibrillatore installato nelle vicinanze».
Che cosa è accaduto con il defibrillatore?
«Da quello che ho visto il dispositivo è stato acceso ma non è stato possibile utilizzarlo causa batteria scarica. In quel momento però non potevamo perdere tempo.»
«È stata la prima volta su una persona vera».
«Non mi perdo d’animo, mio marito che stava vicino a me mi mette subito in contatto con la centrale operativa del 112 e continuo il massaggio cardiaco fino all’arrivo dell’ambulanza».
Giordana, lei aveva già esperienza di primo soccorso?
«Avevo frequentato i corsi della Croce Rossa e successivamente altri corsi per motivi di lavoro, sono nell’ambito medico, anche se solo con un ruolo amministrativo. Però avevo sempre praticato le manovre sul
manichino. Mai su una persona reale».
Che cosa ha provato in quei momenti?
«In quel momento non hai il tempo di pensare. Fai quello che ti hanno insegnato e speri che stai facendo la cosa giusta. Ho seguito quello che diceva la Centrale Operativa.
Solo dopo realizzi davvero ciò che è successo. Devo ammettere che ho provato la stessa sensazione fisica di fare il massaggio sul manichino, ho sentito sotto le mani proprio quello che avevo sempre sentito nelle esercitazioni ma, ovviamente, il coinvolgimento era completamente diverso».
Ricorda qualcosa in particolare?
«Ricordo esattamente le sensazioni che ci spiegano durante i corsi. Le costole, la pressione da esercitare. È una sensazione che non dimentichi.»
Poi arriva l’ambulanza. La donna viene soccorsa e trasportata in ospedale. Durante quei momenti concitati c’erano molte persone che si sono avvicinate attorno alla signora. Quanto è stato importante evitare che venisse toccata o spostata in modo improprio?
«È stato fondamentale. Quando una persona perde i sensi bisogna mantenere la calma e seguire le procedure corrette. In situazioni del genere, presi dalla preoccupazione, si rischia di fare gesti istintivi
che potrebbero non essere utili. Anche per questo la formazione è importante: sapere cosa fare, ma anche cosa non fare. In quei momenti ogni azione deve avere uno scopo preciso e deve essere coordinata con
chi sta gestendo l’emergenza».
Oggi molte persone la considerano una sorta di eroina. È una bella sensazione sapere di aver contribuito a salvare una vita?
«Sicuramente è una cosa bella aver aiutato a risolvere una situazione così critica e aver salvato la vita di questa signora. Fa stare bene sapere di essere stati utili a qualcuno in un momento così difficile. Però credo che il vero messaggio sia un altro: dovremmo essere tutti preparati a dare una mano quando serve. Io non ho fatto nulla di straordinario, ho semplicemente cercato di mettere in pratica ciò che avevo imparato.
Ognuno di quei minuti è prezioso e cruciale. Soprattutto se, come nel nostro caso, la persona non è
cosciente.Speravo tanto, ma la signora non ha mai ripreso conoscenza».
Cosa pensa oggi?
«Penso solo a come sta la signora e sono contenta che mi tengano aggiornata. E penso che se più persone frequentassero corsi di primo soccorso, ci sarebbero molte più possibilità di intervenire tempestivamente quando accade un’emergenza. Credo che questo sia il valore più importante che questa esperienza mi ha lasciato».
A distanza di alcuni giorni, Giordana non ama sentirsi definire un’eroina. Come vive oggi quella esperienza?
«Sono ancora molto emozionata. Avevo addosso un carico di adrenalina
enorme. Forse ho realizzato davvero solo dopo quello che è successo».
Qual è il pensiero che le è rimasto più impresso?
«Per me la cosa più importante è sapere che la signora sta bene grazie al mio tempestivo intervento e che possa tornare alla sua quotidianità».
Certo la presenza di Giordana è stata veramente provvidenziale. Ma è altrettanto certo che sono tante le domande che restano aperte sul defibrillatore pubblico e resta forte anche l’inquietudine diffusasi in tutto il territorio non solo di Palestrina. Accanto alla vicenda restano interrogativi pesanti che da giorni attraversano in modo molto profondo i discorsi in tutta Palestrina. Li abbiamo scritti anche nel precedente articolo, cliccando qui anche i pensieri del piccolo Alberto Pulcini che era insieme alla redazione quando è accaduto il fatto.
Perché il defibrillatore non ha funzionato?
Si sa che, quando qualsiasi persona si accascia a terra e perde i sensi, sono cruciali proprio i primissimi minuti successivi. Quei minuti non possono essere sprecati. Tantomeno possono essere vanificati adperando strumenti salvavita che si rivelano non utilizzabili al meglio. La persona malcapitata poteva essere chiunque di noi. Il defibrillatore pubblico è uno strumento pensato e collocato proprio per le emergenze come quella che si sta consumando il 1° giugno 2026 davanti agli occhi dei presenti. Ma qualcosa non va.
Che cosa è successo al defibrillatore?
Perchè non era utilizzabile?
Erano stati effettuati i controlli previsti?
Nel 2026 come si può accettare di trovare un dispositivo salvavita e, proprio nel momento più acuto del dramma, non utilizzabile?
Si è trattato di un problema di manutenzione o di altre cause? Quali sono?
Se risultasse vero, come si vocifera da più parti, che le batterie del defibrillatore fossero scariche, come è stato possibile che non si sia controllato?
E su tutte queste gravi domande saranno, speriamo, gli accertamenti tecnici a chiarire ogni aspetto della vicenda, incluse le responsabilità.
Nel frattempo l’episodio lascia una doppia riflessione. Da una parte emerge l’importanza di garantire che ogni dispositivo salvavita sia sempre pienamente operativo. Dall’altra, la storia di Giordana ricorda quanto sia preziosa la formazione dei cittadini.
Perché quel pomeriggio, in piazza, una donna ha potuto contare su qualcosa che nessuna tecnologia può sostituire: la presenza di persone che non si sono voltate dall’altra parte. La presenza di Giordana.
Al di là dell’accertamento delle responsabilità specifiche che verranno, come tutti si augurano, definite nelle opportune sedi, forse il vero insegnamento di questa vicenda è proprio qui. Non possiamo sapere quando ci troveremo davanti a un’emergenza. Possiamo però scegliere, oggi, di imparare come aiutare qualcuno domani.
Alessandra Battaglia


1 comment
[…] Davanti a un arresto cardiaco, infatti, i primi minuti possono essere determinanti. Sapere come riconoscere un’emergenza, allertare tempestivamente i soccorsi e intervenire secondo le procedure apprese durante la formazione significa poter offrire un aiuto prezioso in attesa dell’arrivo dei professionisti. Un dispositivo salvavita sul territorio è una risorsa fondamentale, ma la sua presenza deve accompagnarsi alla conoscenza. Per questo formazione “BLSD” (Basic Life Support and Defibrillation, cioè Supporto di Base delle funzioni vitali e defibrillazione”) e diffusione dei defibrillatori sono due aspetti complementari della cardioprotezione. L’iniziativa di Cave punta proprio a questo: offrire gratuitamente alla popolazione un’opportunità per acquisire competenze utili, senza trasformare la formazione in un privilegio riservato a pochi. Ovviamente questo non significa sostituirsi al personale sanitario, ma imparare a svolgere correttamente il proprio ruolo nei momenti in cui la tempestività può essere decisiva. Troppi sono i casi in cui, purtroppo, nella manciata di minuti cruciale, le persone non sono soccorse tempestivamente e, purtroppo, anche in altri paesi del nostro territorio dei monti prenestini è accaduto che le apparecchiature fossero inutilizzabili nonostante la presenza provvidenziale di persone preparate (cliccando qui un recente articolo di Monolite Notizie). […]