Home Cultura e Spettacolo “Dalle Città invisibili ai Cavalieri inesistenti”: Valter Sambucini e Placido Scandurra omaggiano Italo Calvino

“Dalle Città invisibili ai Cavalieri inesistenti”: Valter Sambucini e Placido Scandurra omaggiano Italo Calvino

Tra Metamorfosi digitale e Postmodernismo, racconti visivi ispirati al grande narratore italiano del secondo '900

by redazione

Valter Sambucini e Placido Scandurra – “Dalle Città invisibili ai Cavalieri inesistenti” – Il lavoro poetico di due artisti ispirato a Italo Calvino, nel suo percorso umano e letterario tra Metamorfosi digitale e Postmodernismo

Progetto e testo critico cura di Carla Guidi

I Cento anni di Italo Calvino vengono festeggiati quest’anno con l’affetto e la stima che merita la sua persistente attualità e la sua variegata passione letteraria, sostenuta da una fitta rete di esperienze multidisciplinari che vanno dalle scienze umane a quelle esatte fisico-matematiche alla filosofia.

Il fotografo e giornalista Valter Sambucini ed il pittore e incisore Placido Scandurra, presentati in questa occasione insieme, hanno fatto percorsi e scelte diverse, ma avuto esperienze storiche comuni dagli anni settanta e sottili affinità ideologiche; nella loro ispirazione creativa vanno a costituire due aspetti di un percorso poetico ed immaginifico nel quale una presenza di riferimento è stata quella di Calvino.

Inaugurazione 11 novembre 2023, ore 18

Presentazione di Carla Guidi (giornalista) e Claudia Zaccagnini (storica dell’arte)

Servizio TV e stampa a cura di MONOLITE Notizie https://www.monolitenotizie.it/

Luogo: Associazione Culturale “Lavatoio Contumaciale” di Roma – Piazza Perin del Vaga 4 – (RM) limitrofa alla Piazza Melozzo da Forlì (piantina allegata) e all’interno del giardino.

INGRESSO GRATUITO

Dal 11 al 25 novembre 2023; dal Martedì al Sabato dalle 18 alle 20 solo su prenotazione, da effettuarsi almeno il giorno antecedente alla richiesta tramite mail a:  – carlaguidi@libero.it – oppure info@archiviotomasobinga.it

Durata della mostra – 11 novembre | 25 novembre 2023

TESTO CRITICO DI CARLA GUIDI

Valter Sambucini nasce a Borgo, in Roma, nel 1953. Presto però la famiglia si trasferirà in un appartamento di un caseggiato di nuova costruzione sulla via Tuscolana, Quartiere Cinecittà, all’epoca ancora circondata dalla campagna, adesso uno dei quartieri con la più alta densità abitativa d’Europa. Sono gli anni del boom economico e si sviluppa in Italia un conseguente boom edilizio dovuto allo spostamento di grandi quantità di popolazione verso le grandi città.

Ben sappiamo quanti cantieri hanno fatto da sfondo a questa “via del Cinema”, sotto gli occhi di tutti quel perverso meccanismo speculativo che ha lucrato sull’andamento del mercato immobiliare. Parte di un’urbanizzazione selvaggia senza piano edilizio, con la conseguente alterazione e distruzione di contesti naturali di pregio o semplicemente necessari all’equilibrio biologico e psico-sociale delle persone. Scrittori e registi si occuparono dell’argomento e tra questi preme ricordare proprio Italo Calvino nel suo La speculazione edilizia e Francesco Rosi con il film Le mani sulla città.

Questa era la Roma di quegli anni che il ragazzo ha impresso nella sua memoria, con i mozziconi, come torsoli rosicchiati, delle famose antichità romane disperse in panorami metafisici per la campagna, in attesa della loro definitiva liquefazione nell’humus della terra. Giulio Carlo Argan – indimenticato storico dell’arte di grande importanza, nonché primo sindaco non democristiano della Roma repubblicana dal 1976 al 1979 – così l’avrebbe definita: – Più che una città, Roma è una polenta molle scodellata –

Il giovane Valter, innamorato da subito della macchina fotografica regalatagli dal padre, una Kodak compatta, comincia ad interessarsi del paesaggio ma non trascura l’umanità popolare, le manifestazioni sociali e le voragini dei dintorni da dove emergevano operai sporchi di cemento e vernici, foto finite chissà dove. Precoce è stato anche il suo impegno sociopolitico nel sindacato, avendo iniziato a lavorare (durante il periodo scolastico all’ITI Enrico Fermi di Roma) in un piccolo laboratorio fotografico, utilizzando una nuova Reflex della Canon, occupandosi di foto di cronaca per reportage giornalistici che realizzava e pubblicava su Paese Sera e sull’Unità.

Negli anni ’70 infine, dopo aver vissuto l’esperienza del movimento studentesco del ‘68, si era rivolto con interesse alle emergenti tecnologie multimediali riuscendo ad organizzare un piccolo Centro di formazione alle nuove tecnologie ed alla fotografia, esplorando proprio in quegli anni il concetto stesso di “laboratorio multimediale”.

Sue le foto storiche del 1976, in un rigoroso bianco e nero, che riprendono i famosi murales di Tor di Nona a Roma, luogo caduto in un degrado divenuto insostenibile. L’assenza di tutela da parte del Comune portò infatti queste persone all’esasperazione e, nell’estate del 1976, dopo disattese manifestazioni di protesta, a loro si unirono degli studenti della facoltà di architettura ed una giovanissima Isabella Rossellini. In quei murales si rappresentavano persone animate da sentimenti di amicizia e di presa di coscienza, in paesaggi ed ambientazioni dove coesistevano anche elementi fantastici, tipo sirene ed asini volanti. Alla “fantasia al potere” si stava sostituendo il pensiero lucido che un mondo migliore era possibile, solo se lo si avesse voluto, mentre queste forme-simbolo l’asino volante appunto, ne diventavano l’insegna, tanto che questa immagine fu risparmiata dalla successiva avvenuta ristrutturazione.

Abbiamo lasciato il nostro autore a confrontarsi con un sociale che si evolveva variamente in anni terribili e destabilizzanti, denominati anni di piombo, la rabbia anonima, l’anomia crudele del volto senza identità del “consumatore perfetto” che, secondo il pensiero del sociologo Durkheim, viveva uno stato di dissonanza cognitiva tra le aspettative normative e la realtà vissuta, tra il contratto sociale e la termoregolazione morale. Tra le sue letture c’erano naturalmente i libri di Italo Calvino, in particolare Marcovaldo (Torino, Einaudi, 1963, illustrato dai disegni del grande Sergio Tofano) tra l’altro divenuto una serie televisiva Rai nel 1970, per la regia di Giuseppe Bennati, con la collaborazione di Manlio Scarpelli e Sandro Continenza dove il personaggio principale era interpretato dall’amato Nanni Loy.

In questa mostra Valter Sambucini ha dedicato un delicato ritratto all’episodio La pioggia e le foglie, in parte riferito le parole di Italo Calvino nella prefazione al libro

– “In mezzo alla città di cemento e asfalto, Marcovaldo va in cerca della Natura. Ma esiste ancora la Natura? Quella che egli trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale. Personaggio buffo e melanconico, Marcovaldo è protagonista di una serie di favole moderne” (…) “fedeli ad una classica struttura narrativa: quelle delle storielle a vignette dei giornalini per l’infanzia”

Nella foto invece campeggia un antico giocattolo di metallo, un motociclista che porta dietro di se, non una persona, ma una piantina (vera) che nel racconto avrebbe bisogno di sole e di respirare aria pura, metafora di un disagio tutto umano, poiché la Natura, si sa, ha i suoi ritmi ed i suoi silenzi … Lo sfondo della foto è costituito da un riflesso nel riflesso, come altre del nostro qui esposte, e rimanda quindi ad un naufragio psichico appena avvenuto, quasi un avvertimento.

Tornando agli anni ‘70 la tecnologia aveva già introdotto novità mondiali che avrebbero rivoluzionato il settore delle comunicazioni, ma anche i rapporti tra le persone, già ampiamente compromessi: la prima e-mail, il primo floppy disk, la prima calcolatrice tascabile … Cominciava la rivoluzione del silicio e Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore italiano, si era trasferito in America, passando alla Intel, che sarebbe poi divenuta un gigante dell’informatica, lanciando il primo microprocessore, il 4004.

Così Valter Sambucini, valutando le svariate possibilità che l’immagine ha di testimoniare e documentare, anche e soprattutto attraverso le innovazioni tecnologiche emerse in quegli anni, non perde l’occasione di fare un viaggio di studio in USA e Canada per approfondire la rivoluzione informatica in atto ed il percorso evolutivo dei microprocessori in sempre maggiore complessità e miniaturizzazione. In quegli stessi anni inizia anche a studiare le applicazioni dei personal computer all’automazione dei processi di controllo di qualità, sviluppo stampa e cinematografici, esperienza che lo porterà in seguito a stabilire rapporti di lavoro con i maggiori stabilimenti cinematografici italiani quali: Cinecittà, Vittori, Telecolor, diventando poi a lungo consulente per l’automazione dei processi di post-produzione e di controllo della qualità e di stampa.

Laureatosi in ingegneria elettronica nel 1980, all’università della Sapienza di Roma, ha avuto poi al suo attivo numerose esperienze lavorative sempre nell’ambito della ricerca applicata. Negli anni ’90, a seguito dell’istituzione del Sistema delle Agenzie Ambientali in Italia, ha iniziato ad occuparsi di Ambiente presso l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA). Anche in questo ambito l’immagine è stata presenza costante in senso prettamente tecnico, dalle prime applicazioni con i laser degli anni ‘80 allo sviluppo, nell’ultimo decennio, di metodologie di telerilevamento per l’utilizzo di immagini satellitari ed aree, al fine della caratterizzazione dell’ambiente e del monitoraggio del territorio. Riguardo a questa professione, è stato autore o coautore di oltre cento pubblicazioni, tra articoli su riviste tecnico-scientifiche, contributi in Convegni nazionali ed internazionali. La passione per le immagini è rimasta sempre presente, dall’inizio della sua carriera lavorativa, come direttore responsabile della rivista Effeuno ad oggi, riemergendo prepotentemente in ambito squisitamente “artistico” in questi ultimi anni, nell’interesse per le manifestazioni popolari e le “mode”, nel loro significato culturale ed antropologico.

Le sue foto sono state pubblicate su diverse riviste e quotidiani, mentre le sue ricerche visive sono state esposte in varie occasioni. www.valtersambucini.it –

Parte delle sue ricerche fotografiche sono state inserite nel mio libro Città reali, città immaginarie. Migrazioni e metamorfosi creative nelle società nell’Antropocene, tra informatizzazione ed iper/urbanizzazione (Robin 2019). Tra i vari articoli a corollario è presente un testo di Giorgio Di Genova intitolato proprio i Racconti visivi di Valter Sambucini nel quale, dopo aver fatto interessanti confronti tra pittura e fotografia, parla in questi termini – “Confesso che guardando queste foto così raggruppate mi son tornati alla mente racconti di Cechov, le novelle di Pirandello, per tralasciare Boccaccio ed il Novellino. Proprio per tali ragioni non ritengo azzardato affermare che Sambucini con questi scatti ha realizzato un suo Lo cunto de li cunti.”

Venendo alla foto ispirata dal Visconte dimezzato – romanzo breve facente parte della trilogia de I nostri antenati, pubblicato da Einaudi nel 1959, che rappresenta la riflessione di Calvino sulla precarietà di un equilibrio instabile delle coscienze in un momento storico di grandi trasformazioni e tragedie umanitarie – Valter Sambucini ricompone questa inquietante frattura e ambivalenza del “potere” che si trova in tutti noi, fotografando la maschera indossata da un personaggio dei fumetti (ricerca fotografica svolta a Lucca nel 2012, all’interno della cornice internazionale Comics & Games) ritraendolo in un gesto teatrale che lo rappresenta, ma che può anche avere il potere di guarire la ferita inferta dal dolore di vivere, per ricomporre quell’umanità esausta e confusa attraverso un bagno di spiritualità, recependo l’energia che viene a noi gratuitamente dall’Universo.

Altra opera in mostra del nostro fotografo è un omaggio alla Luna e naturalmente al libro di Calvino Le cosmicomiche (Einaudi, Torino 1965) una delle sue opere più conosciute, forse per la caratteristica di realizzare, come in un gioco di bambini, le ambizioni spaziali di quel momento storico che, come in molti speravamo, avrebbero spostato in un altrove simbolico le competizioni tra nazioni impegnate nella Guerra Fredda. In questo libro infatti lo Spazio siderale diventa vicino e percorribile, poetico e affascinante. Calvino riorganizzando i propri desideri infantili, insieme ad una mitologia archetipica, frutto di letture precoci e di atmosfere familiari tra scienza, botanica e libero pensiero, l’arricchisce di ricordi e sensazioni che solo la magia infantile può creare, rendendolo assimilabile, come quello strano latte lunare, denso come ricotta, composto da uno strano Humus che – si formava negli interstizi tra scaglia e scaglia per la fermentazione di diversi corpi e sostanze di provenienza terrestre, volati su dalle praterie e foreste e lagune che il satellite sorvolava …-

Questo fascino lunare, materno ma anche ferino, viene colto in tutto il suo splendore dal nostro fotografo che ce ne rende l’atmosfera magica in una calda notte estiva, senza la presenza umana però … che sembra aver lasciato lì tutti i suoi miseri strumenti ormai inutilizzabili … perché ormai la luna è tornata fredda presenza lontana e forse deciderà, a causa delle sconsiderate azioni umane, di non donarci più il suo fondamentale intervento su maree, clima e coltivazioni.

Da una mostra personale del nostro fotografo nasce la ricerca sulle Città reali e città immaginarie, prima raccolta nel mio libro già citato. Si tratta di Orizzonti speculari, il vuoto, il pieno, il corpo, il virtuale stata allestita nel 2016 alla Biblioteca del Comune di Roma Vaccheria Nardi, via Grotta di Gregna, 37. Qui si trovano i fantasmi alla deriva nella frantumazione della nostra virtuale onnipotenza e la poesia umana del rimpianto della scomparsa degli orizzonti.

Egli cattura infatti queste rifrazioni deformate dalle superfici quadrettate di palazzi coperti integralmente di vetrate, dai materiali metallici lucidi e riflettenti delle scale mobili, dagli sportelli bombati delle automobili, dalle sottili increspature riflettenti dell’acqua ferma, riflessi ai quali raramente prestiamo attenzione, forse spaventati da una predizione visiva che frantuma le immagini e le combina in dissociativi caleidoscopi. Qui ritroviamo un percorso, antropologico, simbolico, politico che segue questi indizi come uno specchio dello specchio, alla ricerca di una verità, ma anche col proponimento di fissare il fascino di un piacere estetico, prevalentemente effimero, ma dotato di una sua significativa bellezza. Spariscono le montagne, gli alberi, i prati, la prospettiva stessa. I tramonti e le albe, alcune volte persino il cielo, risulta visibile solo attraverso la sua immagine riflessa sui finestrini delle auto in sosta, all’interno delle vetrine dei negozi, sulla superficie immobile di putridi laghetti artificiali o nelle pozzanghere create da un clima in trasformazione …

Tutto questo ci collega a “Le città invisibili” (Einaudi, Torino 1972) ovvero immaginate da Calvino, quando lo scrittore decide (rispetto per esempio al Marcovaldo) di esorcizzarle e seguire un nuovo modo di fare letteratura, scrivendo alcuni libri che  testimoniano il suo avventurarsi nel mondo della figurazione, un sistema di segni cioè come artificio e come gioco combinatorio. In questo sperimenta assorbendo gli influssi dello strutturalismo e della semiologia, le lezioni parigine di Roland Barthes sull’ars combinatoria e la frequentazione del gruppo di Raymond Queneau (l’OuLiPo), la scrittura labirintica di Jorge Luis Borges.

Le sue conclusioni ed il suo proponimento è questo:

– “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio.”

Placido Scandurra – nasce a Santa Maria di Licodia (CT) nel 1947, primo di tre fratelli, e molto ci sarebbe da dire su queste origini, sulla sua carriera lenta e determinata verso un raggiunto successo artistico e culturale – cioè dall’essere contadino in una famiglia amorevole ma dove solo il lavoro pesante con l’umile tecnologia della zappa e della vanga permetteva a questi siciliani di sopravvivere.

Avendo dimostrato fin dalle scuole elementari una notevole capacità artistica, potrà usufruirne subito, ma solo applicandola al lavoro. Infatti da apprendista muratore diventerà subito apprezzato stuccatore e decoratore, riuscendo infine a recarsi, appena quindicenne, a Catania, come aiuto nello studio del restauratore Giovanni Nicolosi, imparando tecniche e, nel tempo libero, apprendendo lezioni da maestri siciliani all’epoca molto stimati, come Antonio Villani.

Il servizio militare a Roma diventa per lui quasi un destino, poiché qui rimarrà a completare la sua formazione artistica, ma con grandi sacrifici; dovendo contare solo sulle sue risorse, cioè lavorando e studiando contemporaneamente. Si diploma prima all’Istituto Centrale del Restauro, poi essendo divenuto un apprezzato restauratore, parteciperà a diverse missioni in Italia ed all’estero, proseguendo poi con i corsi alla Calcografia nazionale di Roma. Infine con il diploma dell’Accademia di Belle Arti, diventerà insegnante di Discipline Pittoriche, riuscendo anche a riunire la famiglia siciliana, genitori e fratelli, portandoli con sé a Roma (a parte il fratello Alfio già residente in Francia) per poi mettere su la propria ed aprire un proprio studio. Si può dire così che la vita di Placido Scandurra sia stata ad immersione totale nelle arti: una carriera da restauratore, molto richiesto e stimato in Italia ed all’estero, professore di pittura e tecniche dell’incisione, soprattutto talentuoso e generoso artista, sempre disponibile a promuovere rapporti internazionali ed organizzare eventi anche ad amici e colleghi artisti, spostandosi in Europa per incarichi di restauro e per mostre personali.

Nella sua vita inoltre non è mancata un’esperienza formativa e spirituale profonda, avendo aderito ad un nuovo tipo di yoga chiamato Sahaja Yoga o Yoga spontaneo, fondato da Shri Mataji Nirmala Devi (1923 – 2011) nota attivista indiana conosciuta a Roma, ma seguita in alcuni viaggi spirituali in India, diventando Sahaja yogi lui stesso.

Esaminando la sua produzione artistica ed il significato profondo della sua poetica, risultano fondamentali i suoi ricordi d’infanzia e le impressioni forti e leggendarie che, una terra antica ed energetica come quella siciliana, ha impresso nel suo personale immaginario. Mi riferisco alle forze telluriche femminili per la presenza, soprattutto nella sua zona di origine, del grande U Mungibeddu oppure semplicemente ‘a Muntagna, la cui cenere rende le piante rigogliose e fruttifere. Interessante anche la storia del suo paese, Santa Maria di Licodia che, secondo quando affermano numerosi storici, avrebbe avuto origine dall’antica città di Inessa, la cui genesi risalirebbe addirittura al secolo XII o XI a.C. all’epoca della dominazione Sicana della Sicilia. Quando poi la Sicilia fu dominata dai romani, questa zona etnea era divenuta famosa per la coltura del grano: il grano, nella duplice accezione di bene alimentare primario ed arcaico oggetto della mietitura, nel rituale/simbolico della plurimillenaria cultura agraria mediterranea che drammatizzava ancora una volta il culto femminile di Cerere e Proserpina, riflessi mitologici siciliani delle greche Demetra e Kore o Persefone. Tutto qui era già sacro a Madre Terra, poi questi poteri simbolici si trasferirono di fatto al culto cattolico della Madonna, una degna immagine della quale era rappresentata dall’antica statua della Madonna lignea del Robore Grosso, un prezioso manufatto di origine bizantina del secolo XII, la cui esistenza in loco, contribuì a far permanere il nome di S. Maria accanto al nome Licodia, della contrada omonima, statua più volte disegnata da Placido che non nasconde aver desiderato restaurarla, essendosi annerita per il fumo continuo delle candele votive.

Lo stesso nome di Licodia ha senz’altro origini greche, alcuni sostengono che la radice “lukos” deriverebbe dal greco lupo, quindi “Terra dei lupi”. A questo farebbe riferimento la scritta greca sulla Icona della Madre di Dio – O Augusta Madre di Dio, guidaci nel cammino dei lupi. – La statua era in una chiesa dedicata alla Madonna sin dall’epoca dell’occupazione saracena, mentre con l’occupazione Normanna della Sicilia il processo di ri/cristianizzazione dell’isola venne affidato agli Ordini Religiosi. Fu così che Santa Maria di Licodia diede il nome all’omonimo monastero benedettino, nato nell’agosto 1143. Queste erano zone che, all’epoca della nascita del nostro, forse per la loro antica origine greca o più probabilmente per il benessere che godevano per la produttività della terra, data dalle condizioni favorevoli del territorio ricco naturalmente di acqua e terra fertile, erano sempre state abitate da una popolazione quieta, tenacemente laboriosa, poco interessata o coinvolta nelle vicende storico-politiche. Mentre gran parte della Sicilia era travagliata dalle lotte di fazione e da rivolte contadine per il salario e le condizioni di estrema povertà contro i proprietari terrieri, gli abitanti del Casale di Santa Maria di Licodia erano stati incoraggiati, nel tempo dai frati Benedettini, a stabilirsi nelle loro campagne, cedendo loro delle terre da coltivare e dove poter fabbricare le loro abitazioni. Era rimasta famosa la frase di Carlo Levi che raccontava, a proposito del suo viaggio in Sicilia: – Fra greggi di capre ed elegantissimi cimiteri passiamo da Santa Maria di Licodia, un paese calmo questo, mi dice il contadino che è uno dei miei compagni di viaggio; qui comunisti, democratici e fascisti giocano insieme a carte.-

Tutte queste simbologie e storie mitiche sono state i soggetti preferenziali dei suoi primi disegni e quadri a olio, oltre ai ritratti della sua famiglia degli anni adolescenziali, e quando l’artista si stabilì a Roma, portava dentro di sé questo bagaglio mitico e spirituale, quindi si capisce la scelta di non seguire le mode e gli schieramenti politici in nome di una ricerca personale e coerenza interiore, non dimenticando il contesto, vivendo quindi un intenso rapporto con l’ambiente e le sue sofferenze. Eravamo infatti ancora nell’epoca in cui credevamo di poter sottomettere con la tecnologia Madre Natura, in una visione del mondo antropocentrica, alimentando infine un’economia perversa, basata sull’illusione della crescita illimitata. In tal senso gli argomenti e le tematiche, all’interno delle quali si cominciò a muovere Placido Scandurra, sembrano schierarsi dialetticamente tra due forme di rappresentazione, in una specie di oscillazione tra la moltitudine dell’umanità l’Anima mundi (collegati come siamo al destino comune della Natura) ed il rapporto con il Daimon ovvero l’Alter ego, il doppio divino, l’intermediario tra gli uomini e gli déi, dotato di un grande potere, ora sublime, ora malevolo, ma sempre misterioso.

Dopo la ritrattistica dei primi anni, compaiono nella sua produzione pittorica delle sequenze disegnate e soprattutto incisorie di insetti vari, api, vespe, cavallette, mosche …  mentre dalle loro metamorfosi nascevano organismi antropomorfi o larve umane (anni ’70 poi raccolte in una pubblicazione successiva dal titolo Ecologia incisa a cura di Fiorella Puglia, ed. Veligraf Montecelio Roma 1992).

Era nel 1962 infatti che la biologa e ambientalista americana Rachel Carson, pubblicava il libro Primavera silenziosa, pietra miliare nella storia della coscienza ecologica, denunciando il DDT come sostanza cancerogena che uccideva gli insetti ma anche altre creature che se ne cibavano. Rachel Carson aveva infatti dedicato il suo libro al famoso medico filantropo e musicista Albert Schweitzer che affermava – L’uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra.

Una tematica questa molto cara al nostro, esplosa nella produzione di sue incisioni rappresentando una semplice sedia contadina che esibisce questi corpi immobili, insignificanti forse, che privati della loro impercettibile vibrazione, rimangono come resti anatomici, diventando poi in successive acqueforti – scatola di insetti morti, poi scaffale, libreria, alveare, pagine di una narrazione a fumetti con i divisori delle caselle, ma senza nuvole/parole.

Dopo gli insetti, nel repertorio artistico di Placido, sono arrivati gli antieroi, i bagnanti completamente nudi della serie di incisioni e acquarelli di Spiaggia libera o le figurine di Pastorali ispirati alla mitologia greco/romana, con centauri e guerrieri, comparsi nel 1978 e negli anni a seguire, disposti anche loro in lunghe sequenze sovrapposte, ma senza le griglie dei primi, cioè come un’iscrizione figurale ovvero righe animate di un alfabeto visivo.

Vorrei citare un breve passo da uno scritto dedicato a Scandurra dal prof Pasquale Rotondi, suo insegnante all’Istituto Centrale del Restauro ma noto presso il grande pubblico per aver salvato circa diecimila opere d’arte italiane dalla distruzione o dal saccheggio delle truppe naziste nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Il microcosmo di Placido Scandurra – Testo pubblicato in catalogo di mostra nella Galleria Astrolabio, Roma, 25 gennaio 1981

Quando vidi la prima volta gli acquerelli e le incisioni di Placido Scandurra, pullulanti di minuscole forme irrequiete, immagini talvolta di uomini, tal’altra di bestie o di fantastiche parvenze di vita embrionale, riportai l’impressione di aver accostato l’occhio alla lente di un microscopio, aperta su una misteriosa cultura di brulicanti organismi. (…) Mentre, se astratta o fantastica è la loro configurazione, le forme sembrano assurgere a simboli di vita primordiale, nelle loro stupefatte parvenze di larve. E’ questa infatti l’aspirazione dominante di Scandurra: riuscire ad interpretare figurativamente l’irrequietezza della vita sia che si tratti degli aspetti ciarlieri a cui tanto spesso gli uomini riducono i propri travagli, sia che si tratti del mistero racchiuso in ogni nascita o in ogni crescita di primitive esistenze (…)

Solo dopo, ma separatamente dalle prime, si sono fatti strada i nuovi Eroi, gli Archetipi, i Cavalieri inesistenti ispirati dalle letture dei libri di Italo Calvino, i Transformers nell’adattabilità alla complessità del Postmoderno. Sono queste creature il risultato delle riduzioni in maschera che, come sappiamo, serve ad accentuarne l’espressione o a mimetizzarle per cambiare identità. É un illusionismo ipnotico e strumento che permette di superare le convenzioni spazio-temporali per accedere all’interno di un mondo “altro”, divino, rituale, mistico, eroico e fantastico. Uno dei simboli per eccellenza della morte iniziatica, uno strumento con il quale captare la forza soprannaturale degli spiriti ed appropriarsene, spesso associata anticamente al culto degli antenati o al totem animale.

Tra questi personaggi trova posto anche l’urlo della Natura, un antico lamento silenzioso, un urlo assordante che sembra non riusciamo più a percepire. Infine una rappresentazione della celebre Sibilla Tiburtina, che ho messo come simbolo sulla copertina di un mio libro, risultato da interviste telefoniche a Placido durante l’anno 2020 della Pandemia, pubblicato nel 2022 da Robin editore con il titolo Lo sguardo della Sibilla. Dal Daimon all’Anima Mundi: la poetica di Placido Scandurra – con la prefazione del prof. Sergio Rossi – http://www.robinedizioni.it/nuovo/lo-sguardo-della-sibilla concepito come una narrazione storico-autobiografica della sua vita nella quale la priorità è stata soprattutto la massima religiosa iscritta nel tempio di Apollo a Delfi: Conosci te stesso.

Ecco allora la schiera di Cavalieri Inesistenti esposti in questa occasione, dotati di armature e strumenti di mimetizzazione, poi tutti insieme ai Totem, agli Archetipi, alle Sibille, infine ai Guardiani della soglia, sottoposti ad evidenti contaminazioni tra i regni minerale, vegetale e animale. Questi personaggi esemplari, a figura intera o come semplice ritrattistica, sono incorniciati da panneggi, tappezzerie e percorsi da cuciture, cicatrici, solcati da tubicini, per un’improbabile circolazione di fluidi. Alcuni sembrano provenire dalla sorgente immortale della Natura stessa, piante, fiori, energie primordiali, allusive al corpo ed alla sessualità, altri invece sono feticci autorevoli, dotati di potere malvagio e falsamente prestigioso.

Tutta questa schiera, della sua produzione poetica appena citata, sarà sempre bilanciata però dalla sagra scomposta degli umili, dei perdenti senza riscatto sociale, divenuti sempre più isterici e rabbiosi. É la massa grigia, colpevole ma consenziente che si affronta e si contagia tra i simili, minacciosa ma inoffensiva, in gruppi gesticolanti in un paesaggio brullo. Bambini e adulti urlanti, tutti democraticamente nudi anche nelle loro deformità, esibite senza pudore, sussurranti o ghignati per la territorialità forzatamente contesa, che non disdegnano la compagnia di gruppi di cani randagi ululanti o portati al guinzaglio, che condividono la selvatichezza dei loro padroni.

Anche Scandurra, come Calvino, è sempre stato attirato dalla letteratura popolare in forma di ex voto o di stampe anonime ed illustrazioni di fumetti, con particolare attenzione al mondo delle fiabe, ovvero della mitologia fantastica, un universo semantico, una sorta di rete polidimensionale, dotata di proprietà topologiche che si esprime riconducendo l’immagine ad una conoscenza problematica e dialettica, frammentata a seconda delle diverse ottiche o visuali possibili, alla quale non manca l’ironia ed il piacere del gioco. Anche Placido Scandurra (come Italo Calvino) scrisse a Leonardo Sciascia dopo aver letto Il Giorno della civetta, ma perché colpito dalla celebre elencazione degli esseri umani che ne fa il padrino mafioso Mariano parlando con il capitano Bellodi e per chiedergli di scrivere una presentazione ad una sua mostra programmata a Parigi nel 1981, purtroppo ricevendo una risposta negativa.

Come ho scritto più volte su Placido Scandurra, è interessante questa dinamica tra quelli che egli chiama Archetipali, figure complesse, dotate di un qualsivoglia potere o addirittura feticci ai quali deleghiamo nostre facoltà o pulsioni e la massa scomposta dei perdenti o se vogliamo degli umili, dei senza diritti.

Come non sottolineare questa dedica di Placido Scandurra di molti dei suoi ritratti e composite figurazioni alla figura calviniana del Cavaliere inesistente, il terzo romanzo della trilogia de I nostri antenati (pubblicato da Einaudi nel 1959). Il libro, scritto dopo Il Visconte dimezzato e l’allegoria illuminista del Barone rampante, sembrerebbe rappresentare la riflessione di Calvino sul mancato rapporto tra la realtà e l’uomo contemporaneo, ma per l’artista Placido Scandurra è qualcosa di più. Placido vuole rappresentare soprattutto il lato volontaristico e la percezione di una coscienza che però prende forma artificiale nell’epoca delle morali di comodo e dei rapporti umani aleatori. Non più modi di essere ma esibizione e denuncia di una connivenza ed una complicità più profonda del semplice processo di mercificazione di prodotti artistici o culturali.

Le numerose opere di Placido Scandurra si trovano in collezioni pubbliche e private e si possono visionare insieme ai numerosi testi critici ricevuti nella sua lunga carriera artistica nel sito – www.placidoscandurra.it – Placido è anche socio onorario da più di vent’anni del Centro Internazionale Antinoo per l’Arte/Centro Documentazione Marguerite Yourcenar e quest’anno la dottoressa Howard, direttrice della Société Internationale d’Etudes Yourcenariennes ha pubblicato due incisioni di Placido nel Bulletin n 42 (dicembre 2021) di cui una rappresenta Antinoo e l’altra Adriano.

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