A Vibonati, la notte del 31 dicembre, non ci sono botti.
Un silenzio irreale avvolge il borgo adagiato sui monti del Golfo di Policastro, in provincia di Salerno. In un paese dove di tradizione viene giù il cielo per i botti, come a Sant’Antonio, il 17 gennaio, sembra un terremoto di bombardamenti. Invece regna una pace assurda. È un Capodanno sospeso, come se il paese trattenga il respiro. Irreale come la notizia che corre sommessa, di casa in casa, di voce in voce: Vincenzo Nicodemo Agostino se ne è andato. Nel volgere di poco tutta Vibonati lo sa. I paesini sanno sempre tutto in fretta. E quando se ne va uno di quelli che hanno lasciato un’impronta profonda, il silenzio diventa collettivo. Vincenzo è stato sindaco, e quando viene eletto la prima volta è il sindaco più giovane d’Italia. Io non sono ancora nata, ma un giorno gli bacerò le mani davanti a tutti, scatenando un clamore allegro e affettuoso. Perché Vincenzo Agostino non è soltanto un amministratore pubblico: è un uomo che appartiene al suo paese, e il paese appartiene a lui.
Prima della politica c’è il calcio. Un sogno limpido, coltivato con passione. Vincenzo è dotato, corre veloce, viene notato, apprezzato. In quegli anni corteggia Gabriella Grosso, bella e solare, anche lei di Vibonati, come le sorelle Anna e la mia mamma Antonia. Si sposano. Costruiscono una vita fatta di famiglia, lavoro, responsabilità. Vincenzo ha una sorella gemella, Vittoria, e un fratello, Domenico, anche lui calciatore. Un amico fraterno: Pancio, che sposerà Vittoria. È una famiglia compatta, come una squadra che sa restare unita. Li ritrovo identici tutte le estati.
La politica arriva come arrivano le grandi scelte: senza rumore, ma con convinzione. Vincenzo continua a essere sindaco, amministratore, uomo delle istituzioni. Lavora anche presso la Certosa di Padula, luogo di silenzio ed arte, quasi a bilanciare la sua natura instancabile.
Vincenzo è anche lo zio impeccabile, quello che cambia anche quattro camicie al giorno pur di essere sempre in ordine. Ha un viso particolare, molto magro, elegante senza ostentazione, curato come se ogni incontro fosse decisivo. E in effetti lo è.
Il bel portoncino di casa Agostino è sempre socchiuso o con le chiavi nell’uscio. Si entra a ogni ora. Una processione continua di persone che arrivano direttamente lì: chi ha un problema, chi cerca una parola, chi semplicemente non sa a chi altro rivolgersi. Vincenzo accoglie tutti. Ventiquattr’ore su ventiquattro. E come lui, Zia Gabriella. In quella casa c’è sempre una sedia e qualcosa da assaggiare da offrire. Io mi stupisco di quella stanzetta vicino alla cucina che continua a sfornare cibo e caffè per quell’andirivieni di gente che continua a venire. L’ospitalità non è un gesto gentile: è una responsabilità naturale.
Ed è lì che imparo cosa significa davvero essere Sindaco.
Essere Sindaco è questo: esserci sempre.
Lo capisco da fatti che vivo e osservo sempre stupita.
Di notte torno in punta di piedi dalle scorribande di gioventù, quelle tipiche delle estati dei ragazzi. Sforo con l’orario e con la vita. È tardi, tardissimo. Sono quasi le tre. La casa dorme. Intorno c’è quel buio luccicoso della notte prima che albeggi.
Squilla il telefono fisso (all’epoca c’è solo quello). Zio Vi’ risponde uscendo dopo un solo trillo da quel sonno leggerissimo di cui evidentemente è maestro.
Una signora chiama per dire, con voce seria e disperata, che “Sindaco Viciè, le cicciuettole nun me fanno ruorme e sta chino di faucitane”. Capirò dopo che le civette non facevano dormire la signora ed era pieno di gechi.
Zio Vi’ risponde calmo, rassicurante, come se fosse mezzogiorno. Riattacca. Si alza. Si muove come uno zombie gentile in piena notte. Si veste. Esce. Va da lei.
Io resto immobile. Penso: è una follia.
No. È solo lui.
Un’altra notte, stessa scena. Io rientro di soppiatto. Squilla di nuovo il telefono. Zio Vi’ lo tiene sul suo comodino. Questa volta il problema è una parola che mi diventerà familiare come l’incubo di Zio. Il depuratore. Gli fa cambiare il viso perchè d’estate i villeggianti sono migliaia e tutto è complesso. Zio non discute, non sbuffa, non rimanda. Si alza di corsa e corre al camping.
È sempre così.
E, mentre La Stagione si riempie di una folla che moltiplica diverse volte il numero degli abitanti di tutto il golfo, le giornate estive trascorrono, ma Zio Vincenzo resta l’unico bianco pallido per tutta l’estate. Non riesce mai a farsi un bagno a mare.
Ogni mattina ci mettiamo costumi e zoccoli e mi porta in vespa verso la spiaggia, tra vento, luce e sole magnifico. Secondo me lui ci spera di riuscire finalmente a togliersi gli zoccoli. Adoro osservare come cambia le marce e come saluta tutti durante il percorso. Arriviamo. Io scendo. Lui cerca di lasciare la vespa sott il grande albero curvo, ma invece resta fermo. Dalle dieci alle tredici. Bloccato. Circondato. Fermato da qualcuno che lo chiama, che lo trattiene, che ha bisogno.
Zio Vi’ non arriva mai in spiaggia. Gli zoccoli restano all’asciutto; al massimo appoggia l’asciugamano sul corrimano tondo del muretto, il confine per lui invalicabile.
Il mare lo aspetta, ma il paese lo chiama prima.
Quando riesce a ritagliarsi un momento per sé, ama infilarsi scarpe comode e perdersi nei boschi, fare lunghe camminate dove il telefono non serve e i pensieri tornano semplici. Cammina, osserva, respira. E spesso torna a casa con mazzi di asparagi selvatici, cesti di funghi galluzzi o di ovuli e di porcini enormi, raccolti con pazienza e attenzione. Li porta a Zia Gabriella, che li cucina in modo squisito. E anche lì, riesce a stupire tutti: con la natura, con la semplicità, con l’amore.
Io sono appena nata quando trascorro con lui la prima estate della mia vita a Villammare. Lui mi guarda come si guardano le cose preziose. Sono la sua prima nipotina. Di quello sguardo mi conserva una scintilla unica tutti gli anni.
Qualche anno dopo, sono ancora molto piccina, contro ogni divieto assoluto e tassativo dei miei genitori, mi prende e mi porta a mangiare il gelato che io adoro. In una gelateria eccezionale e piena di gente che conosce “Zio Vi”, tutti lo salutano. Resto incantata per tutti quei colori e quel gelato superlativo con una panna dolcissima e spumosa come una nuvola. Gli afferro le mani con le mie manine da bambina e gliele bacio tutte. Scoppia una risata generale, un affetto collettivo. Quell’istante diventa leggenda, di famiglia e non solo.
Dormo a casa sua per intere estati. Ogni giorno è un’avventura. Quotidiani ovunque e libri, non so dove trovi il tempo per fare le cose con tutto quell’andirivieni di persone che lo cercano sempre.
Negli anni ’90, in un pomeriggio assolato che mai dimentico, mi porta in vespa dopo la galleria che unisce Villammare al rettilineo per Sapri, al Parco che però ancora non esiste, per controllare la piantumazione degli alberi che oggi regalano ombra e vento in quell’angolo incantevole a strapiombo sulla spiaggetta ed il mare. Diventerà un posto stupendo.
Lì poi, da un incontro con un suo amico, Alessandro Cocurullo, intorno al Duemila, nasce la prima edizione del Villammare Film Festival, concorso di cortometraggi. Un seme che cresce anche dentro di me, e che anni dopo, insieme a David Cardarelli, diventa realtà a Palestrina con il Movieclub Film Festival. Anche questo lo devo a lui.
I ricordi bellissimi sono infiniti: i biglietti per i concerti di Biagio Antonacci, di Roberto Vecchioni, di De Gregori. Poi un’estate ospita Gigi D’Alessio al campo sportivo. Noi cugini, con la più piccola, Marianna, a cantare tutto come ultrà. Le mozzarelle di bufala che mi porta di ritorno dalla Certosa e gli yogurt che altrove semplicemente non esistono. E poi, ovviamente, pesci e frutti di mare di tutti i tipi. Gite furtive al fiume Bussento per sfuggire dalla calura e avere una tregua all’assedio delle richieste continue.
Una volta, in campagna elettorale, credo di aver capito i perchè irrisolti che mi galleggiavano nei ragionamenti nel vedere Zio Vincenzo fare quelle levatacce all’alba quando lo chiamavano o il pomeriggio mentre stava facendo un riposino. In campagna elettorale le notti diventano lunghe, combattute. Manifesti da incollare ovunque, con una tecnica certosina: la colla stesa nel modo giusto, il grande foglio tirato e arrotolato su tavolo in cucina per far combaciare uno dopo l’altro il rotolo perfetto, le mani che lavorano veloci. Non è improvvisazione, è metodo.
La sua 2 cavalli, alla fine, è da buttare. La colla è ovunque: sui sedili, sulle portiere, sui vetri. Cola addosso a me, a Pierpaolo, il figlio più grande. Siamo sporchi, stanchi, eppure felici. Ridiamo senza sapere che stiamo imparando una lezione di vita.
Poi arriva la vittoria.
Una vittoria piena, netta, un trionfo assoluto.
Vincenzo è lì, in mezzo alla gente. Il suo sorriso è disteso ed esausto, bellissimo proprio perché vero. Dice solo una cosa, con semplicità e tra sè e sè, dopo i grazie e le strette di mano e abbracci stretti a tutti: la gente mi ha votato.
È felice. Felice perché si sente compreso, riconosciuto. Felice perché il suo impegno, la sua dedizione totale, sono stati visti. Non c’è esaltazione, non c’è rivincita. C’è gratitudine. C’è la consapevolezza di aver dato tutto. Questo orgoglio si ripete per diverse votazioni. Io vivo tutto come un film.
Passano gli anni e cambiano molte cose.
Negli ultimi, tante le telefonate tra noi, pochi gli incontri. Ci separano km e non solo. Qualche sua scelta non la capisco, chissà, mi ripeto però che forse non riesco ancora a vederla nella sua prospettiva. Ma i consigli ci sono sempre e sono efficaci, anche quelli più incredibili…funzionano. C’è sempre il suo ascolto attivo, diverso dagli altri per sincerità, esperienza e legame. Sempre presente. Sempre disponibile. Ne sento l’affetto anche a distanza.
Per me è sempre lo Zio delle richieste complicate, mi sbroglia le idee dandomi una traiettoria per capire, specie sui meccanismi politici e su come pensano le istituzioni.
E allora, in questo 2026 che inizia adesso, io non desidero che l’anno nuovo mi porti niente di più.
Voglio solo che non mi porti più via nulla. Da anni tengo alcune fotografie nei mobiletti della cucina. Mi piace aprirli e vederle.
Ecco cosa vorrei: vorrei che il 2026 soprattutto non mi tolga: i sorrisi delle persone che tengo in cucina, come quello di Zio Vincenzo, che non mi tolga la salute, tesoro inestimabile, le poche amicizie vere, quella compagnia bella, gli abbracci e i baci. Insomma che non mi porti via i motivi per essere contenta e i sogni. Che non mi porti via i pezzi di cuore fatti delle persone che porto dentro di me.
Perché alcune notti di Capodanno non hanno bisogno di botti.
Hanno bisogno di esempi.
E Zio Vincenzo Agostino, in questo Capodanno 2026, è memoria viva e indelebile.
Zio Vi’ è sempre pronto a portarmi in vespa a goderci il profumo delizioso dell’estate in faccia, il gusto del gelato. E io sono sempre la nipotina che gli è grata per i regali proibiti e tutto quello che mi ha insegnato.
Alessandra Battaglia

