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David Riondino, il talento gentile della cultura italiana

Ricordo di un Maestro autentico: tra arte, ascolto e una presenza che lascia un segno profondo

by Alessandra Battaglia

C’è un tratto raro, quasi dimenticato, che distingue davvero gli uomini di cultura: la naturalezza. Quella che non ha bisogno di esibizione, che non alza la voce, che non si impone — ma si riconosce subito. David Riondino era esattamente questo: un autentico signore, un uomo capace di abitare la cultura con leggerezza e profondità insieme.

Nato a Firenze nel 1952, Riondino è stato una delle figure più eclettiche della scena italiana degli ultimi cinquant’anni: cantautore, attore, scrittore, drammaturgo, regista, autore televisivo. Dalla musica al teatro, dalla satira alla letteratura, ha attraversato linguaggi e generi con una libertà rara, iniziando negli anni Settanta tra sperimentazione e impegno culturale e arrivando a collaborare con alcuni dei più importanti protagonisti dello spettacolo italiano. La sua cifra era l’improvvisazione, quella vera, colta, mai esibita come virtuosismo ma vissuta come dialogo continuo tra parola, musica e pensiero. Una cultura mai rigida, mai distante: sempre in movimento, sempre condivisa.

Il primo incontro resta impresso come un piccolo racconto dentro il racconto. Dopo qualche telefonata — mai frettolosa, sempre curiosa, aperta — arriva un invito semplice, diretto: “Venite a casa”. E già lì, in quella disponibilità immediata, si intuiva qualcosa. L’emozione, per noi, era difficile da contenere. Poi la porta si apre. Nessuna formalità, nessuna distanza: un’accoglienza schietta, quasi familiare. Un sorriso, un gesto naturale, e subito ci si sente a proprio agio. Il salotto raccontava molto più di mille parole: libri ovunque, colori caldi, appunti, musica nell’aria e quel disordine vivo e autentico che appartiene solo a chi la cultura la ama davvero, la vive, la attraversa ogni giorno senza metterla mai in vetrina. Eravamo giovani, intimiditi, ma bastò poco. Uno sguardo, una battuta, quella capacità rara di mettere gli altri al centro senza mai perdere la propria statura. Ci prese subito in simpatia, con quella leggerezza intelligente che non è mai superficialità, ma semmai profondità resa accessibile.

E in fondo era tutto lì, anche nella sua storia: dall’esperienza nei collettivi musicali degli anni Settanta alle apparizioni televisive che lo hanno reso popolare, dalle collaborazioni con la satira italiana alla scrittura di canzoni entrate nell’immaginario collettivo, fino al teatro e alla poesia, sempre attraversati con uno spirito libero, mai convenzionale. Nel tempo sono rimasti gli auguri, le telefonate — sempre intense, mai banali — e quel sorriso che, ancora oggi, mi si stampa sul viso ogni volta che penso al suo spirito libero, irriverente e raffinato,  originale ed umano. Da quel momento, la sua presenza è diventata per noi un riferimento. Come Direttore Artistico del nostro Movieclub Film Festival, insieme a Dario Vergassola, ha rappresentato molto più di un nome autorevole: è stato una presenza viva, costante, generosa. Con noi sempre. È venuto a Palestrina per noi ogni volta che ce n’era bisogno — e c’era sempre, anche quando forse non sarebbe stato necessario — portando con sé non solo competenza, ma uno sguardo, un tono, un modo. Un pilastro, sì. Ma di quelli che non fanno ombra. Un pilastro dolce di cultura, capace di sostenere senza appesantire, di guidare senza imporre.

Voglio dire che c’è un’eredità che non si misura in opere, né in palcoscenici, né in applausi. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più raro: il modo di stare accanto agli altri. In David Riondino questo dono era evidente, quasi naturale, e forse per questo ancora più prezioso. Il tratto che più resta, a distanza di tempo, non è soltanto la sua autorevolezza culturale, né la sua capacità di attraversare linguaggi diversi con eleganza. È il suo modo di ascoltare. Un ascolto pieno, autentico, mai distratto. Quando eri con lui avevi la sensazione concreta di essere visto, considerato, accolto davvero. Non c’era fretta, non c’era superiorità: c’era spazio. E in quello spazio trovavano posto le idee, i dubbi di chi stava ricostruendo il futuro. Lui non le ridimensionava, non le correggeva dall’alto: le accompagnava. Si metteva a disposizione con una naturalezza disarmante, offrendo tempo, attenzione, presenza. Un gesto semplice solo in apparenza, ma in realtà profondamente educativo. In un mondo spesso affollato di voci che vogliono farsi sentire, Riondino sceglieva invece di ascoltare. Ed è forse proprio questo il segno più alto della sua cultura: non imporsi, ma condividere; non occupare spazio, ma crearlo per gli altri. È lì che si riconosce un maestro vero. Non in ciò che dice, ma in come sa mettersi accanto. E lui, con quella discrezione gentile che lo rendeva unico, lo ha fatto sempre.

Ricordarlo oggi significa custodire anche questo: l’idea che la cultura non sia mai solo un luogo da condividere, ma una casa pronta ad accogliere. E che le case più belle sono proprio quelle dove si entra senza bussare troppo, dove i libri sono tanti e un po’ in disordine, e dove qualcuno — con un sorriso — ti fa sentire, semplicemente, nel posto giusto.

Grazie David, grazie per tutto, grazie anche per il sorriso che mi dai sempre quando pensiamo a te.

Alessandra Battaglia

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