Sotto una luna stupenda e nel fresco che ha richiesto golfini e giacche, immersi nella Valle del Giovenzano, la Festa e Fiera di Santa Anatolia a Gerano (RM) – celebrata ieri, 9 luglio, ed oggi, 10 luglio – assume un colore unico grazie alla presenza significativa delle comunità rom. Monolite Notizie era presente come vedete in questo video in diretta cliccando qui.

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Questa festività, nata nel 1838, incarna la profonda sinergia tra fede locale e tradizioni nomadi che si intrecciano in un racconto unico. La Santa e patrona del delizioso borgo raccontato dal nostro giornale Monolite anche in occasione della Infiorata (cliccando qui i videoreportage di Monolite edizione 2025, oppure cliccando qui per vedere il reportage completo della manifestazione stessa dello scorso 27 aprile 2025 con le videointerviste a tanti dei protagonisti mente realizzano, nottetempo, lo stupendo tappeto di arte effimera).
Il legame tra la chiesa e la terra del sacro si avverte nella atmosfera vibrante di profumi, colori e un vento fresco che rinfranca e apre la mente a cogliere tutte le sfumature coinvolgenti di questa importante ricorrenza. La chiesa dedicata a Santa Anatolia rappresenta un luogo di spiritualità e scambio, custodisce la memoria di un culto antico: Santa Anatolia è patrona dei Rom, venerata da queste comunità fin dal ritrovamento delle reliquie nel X secolo.
La cultura rom in occasione di Santa Anatolia esprime sentimenti di spiritualità e comunità in quanto le comunità rom considerano Santa Anatolia una protettrice, celebrandola con profonda devozione religiosa e culturale. La festa un tempo si apriva con una processione guidata da nomadi a cavallo, seguita da donne in abiti tradizionali che portano ceri, offrendo preghiere insieme ai paesani. Oggi la processione ha cambiato alcuni connotati esteriori ma la grandissima partecipazione di tutti i sindaci della Valle dell Aniene e del Giovenzano testimonia la profonda adesione ai valori della festa.
La Consigliera con Delega alla Cultura di Gerano, Maddalena Patrizi, dichiara ai nostri microfoni:
“Siamo molto contenti della ottima riuscita di ieri per la Festa di Santa Anatolia, patrona del paese e protettrice delle comunità Rom e Sinti. Oggi la festa prosegue anche oggi con un programma arricchito da musica e sapori. A pranzo e a cena, sebbene non siano presenti le centinaia di bancarelle e tutto gli standisti della giornata di ieri, restano aperti i grandi spazi dedicati all’enogastronomia, con prodotti tipici del territorio. Punto di riferimento centrale sarà ancora una volta il grande stand della Pro Loco, dove sarà possibile pranzare e cenare con panzanella per tutti!
In serata prenderà il via anche un nuovo appuntamento musicale, parte di un festival dedicato alla grande musica italiana: protagonista di questa prima serata sarà il noto cantautore Tony Esposito. Un’occasione imperdibile per vivere un altro momento di condivisione sotto il segno della tradizione, della cultura e della musica. Aspettiamo tutti i Lettori di Monolite Notizie e di Roma Sud”.
Ieri, la piccola chiesetta vicino al grandissimo pronto di Santa Anatolia si è gremita di partecipanti.
I Rom tornano nel corso dell’anno per pregare con grande intensità e lasciare ex-voto, testimonianza di una fede sincera che trascende la semplice partecipazione folcloristica archivio. Gli amministratori ci raccontano che durante la processione sono soliti entrare tra le due ali del corteo per fermarsi in traiettoria diretta con la stata della Santa e inginocchiarsi in preghiera per alcuni istanti. Aleggia in quei momenti una intensità speciale nel dialogo tra i siiti e la patrona di Gerano che li accoglie e li ascolta.
Giunti alla piana enorme in fondo al paese che si erge a coronare il panorama come un monumento cesellato di ogni dettaglio ed illuminato dalla grande luna, il folklore prende tutta la scena tra musica, danza e colori.
La festa prosegue con esibizioni di musica popolare, in particolare degli ERRE SEI, che trasmette quella allegria spensierata tipica delle feste rom – balli, caroselli a cavallo, musica dal vivo – che animano il prato antistante il santuario, trasformandolo in un palcoscenico di emozioni e condivisione. Il mix di culture – geranesi e zingare – offre agli spettatori un’esperienza immersiva di autenticità e accoglienza. Ci sarà anche oggi insieme al ricchissimo repertorio di artigianato e prodotti squisiti provenienti dal territorio, una incantevole esposizione di scatole di latta grazie alla presenza del Museo delle Scatole di Latta di Gerano che mostrerà anche una ricca collezione di preziose figurine introvabili.
Grande spazio viene dato alla preziosa tradizione agricola e commerciale locale. Originariamente fiera di bestiame e agricoltura, la Fiera di Santa Anatolia richiama infatti tantissimi venditori ambulanti, artigiani, artisti di strada e produttori locali, valorizzando l’identità rurale della Valle del Giovenzano. È dunque un momento di incontro economico e culturale, erede delle antiche “nundinae” e della memoria storica del luogo. Trascorriamo senza accorgercene tante ore felici a seguire questo enorme ovale pieno di oggetti e prodotti che sembrano ad ogni passo più invitanti.
Vi spieghiamo allora perché vale davvero la pena partecipare alla Festa di Santa Anatolia.
Incontro autentico: la presenza dei Rom, con le loro tradizioni, abiti e musica, rende l’evento un’esperienza unica nel panorama locale e nazionale.
Valore spirituale: la devozione a Santa Anatolia, espressa da comunità devota tutto l’anno, aggiunge profondità alla festa religiosa.
Ricchezza culturale: musica rom, esposizioni artigianali, tradizioni antiche e riti secolari si combinano in una celebrazione che non si limita allo spettacolo, ma diventa autentica condivisione.
Radici storiche: Gerano conserva e rinnova tradizioni risalenti ai mercati romani e all’incontro tra culture diverse, come la presenza stabile di comunità nomadi dalla colonizzazione medievale.
Un mosaico di cultura, fede e comunità che ci ha accolti con calore, pronto a trasmetterci valori importanti. Questo mosaico arricchisce la società, portando diversità di prospettive, idee e tradizioni. La varietà di esperienze favorisce la comprensione reciproca, la crescita personale e la costruzione di una comunità più inclusiva e accogliente, dove ogni individuo può contribuire con la propria unicità. Partecipare alla Festa di Santa Anatolia offre questo viaggio affascinante e significa proprio questo, entrare ad immergersi in un mosaico culturale di straordinaria coesistenza: geranesi e nomadi, agricoltura e spiritualità, passato e presente. È un’esperienza che rompe le barriere dell’indifferenza e offre uno sguardo rispettoso e curioso verso una cultura spesso fraintesa.
Troppi sono i luoghi comuni e gli stereotipi che accompagnano questa fiera cultura indomita che non cesserà mai di sprigionare il suo fascino accattivante.
Come scrive un indagatore culturale di Gerano, Giuseppe Tommaso Patrizi, nel suo libro Due giorni sotto lo stesso cielo. Rom e Sinti nella tradizione culturale e religiosa geranese (di cui omaggia graziosamente tutti gli interessati), scrive
Solitamente, nei ricordi di tutti i bambini, rimane la paura degli zingari, nonostante la loro vita nomade abbia comunque il suo fascino. I vecchi racconti dei nonni riportavano sempre fatti accaduti in passato e tali da trasmettere una visione volta ad alimentare il rifiuto di accettarli come persone alla pari, invece di considerarli con la loro particolare concezione del mondo e la loro umanità.
Patrizi riflette sui pregiudizi verso il diverso, denunciando una cultura della paura che può trasformarsi in dialogo e crescita. E spiega:
“Le persone hanno paura degli zingari e, in genere, dei diversi. Tale paura contribuisce all’evolversi di pregiudizi e incomprensioni, alimentando spesso l’intolleranza e l’odio.”
Questo passo tratto dal libro di Patrizi tocca un nervo scoperto della nostra società contemporane la paura del diverso, radicata tanto nella storia quanto nell’inconscio collettivo. Quando l’autore parla della paura nei confronti degli “zingari” — termine ormai carico di connotazioni negative e stereotipi — non sta semplicemente denunciando una forma di razzismo occasionale, ma ci mostra come il pregiudizio si innesti nel tessuto stesso del vivere sociale, camuffandosi da istinto di autoconservazione, da “buon senso” popolare, o peggio ancora, da difesa della cultura dominante.
Quella che chiamiamo “paura del diverso” (xenofobia) è, in realtà, una forma di ignoranza organizzata. È la paura di ciò che non comprendiamo, di ciò che sfugge ai nostri schemi mentali rassicuranti. Il diverso — che sia per lingua, etnia, religione o stile di vita — viene percepito come minaccia solo perché ci costringe a rivedere le nostre certezze. E così, da questa fragilità mascherata da superiorità, nasce il pregiudizio: un’idea preconfezionata, rigida, spesso ereditata e mai verificata, che ci permette di semplificare il mondo senza sforzarci di comprenderlo davvero.
Il passo mette in luce una dinamica ben più complessa: l’intolleranza, alimentata dalla paura, diventa una forma distorta di credenza e cultura. Si trasmette nei gesti quotidiani, nei sussurri dei bar, nei titoli dei giornali, nelle battute velenose e negli sguardi che evitano. È una macchina che lavora in silenzio ma con efficacia, e che si nutre dell’assenza di dialogo. Il compito di uno scrittore, o di un giornalista degno di questo nome, non è soltanto quello di registrare i fatti, ma di scardinarne i significati nascosti, di smascherare i meccanismi del pensiero dominante. Di dire l’indicibile, anche quando è scomodo. Anche quando fa male.
Dobbiamo chiederci: cosa c’è dietro quella paura? Perché siamo ancora così vulnerabili alla narrazione del “noi contro loro”? Forse perché, in fondo, abbiamo smesso di educare all’empatia. In una società che esalta la competizione, la fretta e l’individualismo, mettersi nei panni dell’altro è diventato un lusso, non una necessità. Eppure, non ci sarà mai vera civiltà senza la capacità di guardare negli occhi chi è diverso da noi, senza il coraggio di riconoscere che anche nelle storie più lontane dalla nostra può celarsi una verità universale. Chi teme lo “zingaro”, chi alza muri contro il migrante, chi riduce l’altro a una caricatura, sta in realtà fuggendo da se stesso. Perché il diverso è lo specchio più crudele: ci mostra quanto siamo fragili, quanto poco sappiamo del mondo, quanto bisogno abbiamo dell’altro per poterci conoscere davvero. Ed è forse proprio qui che nasce la possibilità di un cambiamento: nel trasformare quella paura in curiosità, quel sospetto in ascolto, quell’odio in comprensione. Perché l’unico futuro possibile è quello costruito insieme. Anche — e soprattutto — con chi ci è estraneo.
Raccogliamo queste riflessioni durante la messa. Quando, dopo la celebrazione che ha dato ampio spazio ad un lungo raccoglimento, il prato si anima di canti e danze rom, e le bancarelle raccontano storie di mani e tradizioni, la festa diventa molto più di un evento: è testimonianza viva di una comunità che celebra la convivenza, la memoria e il rispetto reciproco. Osservare la maestria ipnotica di questi numerosissimi artigiani che cesellano, lavorano, creano in estemporanea gioielli da portare a casa come uno spicchio di mondo che ci ricorda le qualità creative di una multiforme comunità rappresenta il ricordo più prezioso che ci resta negli occhi. Andare a Gerano il 9 e 10 luglio non è solo una presenza: è un abbraccio alla diversità che arricchisce chi osserva e chi partecipa.
La Festa e Fiera di Santa Anatolia a Gerano supera i pregiudizi e unisce la fede cattolica e le tradizioni rom, in un contesto di convivenza e rispetto reciproco. Il culto della Santa, protettrice delle comunità rom, si manifesta in riti condivisi, musica, artigianato e spiritualità. La manifestazione diventa così un esempio tangibile di coesistenza, bellezza e inclusione autentica.
Alessandra Battaglia


