Ai margini del tempo, quando il sipario si solleva e le luci dell’ultima fila illuminano sussurri di pura emozione, il Teatro Chiesa Vecchia, a Colonna, spegne le sue prime cinquanta candeline. È una serata che profuma di ricordi e promesse, un momento sospeso tra ciò che è stato e ciò che ancora vibra nel cuore di chi ha varcato la soglia di quel palcoscenico magico.
Domenica 5 ottobre 2025, il borgo intero si raduna nello spazio esterno del teatro per riversarsi dentro l’unica sala: l’Associazione Teatrale Docta Ignorantia offre un invito senza formalità, ma con l’anima piena, a tutti i colonesi — e non solo — per celebrare mezzo secolo di storie, di gesti teatrali, di applausi che hanno fatto tremare le impalcature del palco e le pareti stanche del teatro. Una occasione unica per condividere assieme a tutti gli amanti del teatro la storia di questo luogo particolarissimo.
La festa si aprirà alle ore 17, con i saluti istituzionali del sindaco di Colonna Fausto Giuliani e del parroco: due voci diverse, ma complementari, che tenteranno di evocare lo spirito di comunità, quel filo invisibile che mantiene vive le radici cittadine. Poi, alle 17.15, occhi verso immagini e volti: l’inaugurazione di una mostra fotografica che raccoglie sessant’anni (1975‑2025) di risate, emozioni silenziose, quinte affollate e platee ansiose.
Alle 17.40 Serena Quaglia, consigliera del Comune di Colonna, ne traccerà la storia.
Alle ore 18:00 il tempo si farà film: proiezione del video “1975‑2025”, un racconto per immagini che intreccia passato e presente come un tessuto delicato, dove ogni fotogramma è una pagina di diario, ogni suono un’eco lontana che ritorna moderna.

Alle ore 19.00, uno splendido omaggio: Fulvia Colagrossi dedicherà a Stefano Benni (in fotografia accanto) parole, letture, magari ironia e contemplazione insieme — perché l’arte sa essere festa e riflessione, pungolo e carezza. Un tributo che promette di far risuonare le corde dell’immaginazione legando il Teatro Chiesa Vecchia di Colonna ad un gigante della letteratura: Stefano Benni, dotato di moralità, umorismo e di quella brillante intelligenza infusa generosamente in tutti i suoi scritti, purtroppo recentemente scomparso. Immagino questo momento l’apice della serata raccontato da chi, magari, adora Benni come me e miliadi di altre persone, incantate da quella scrittura tanto fantasiosa quanto incredibilmente reale ed autentica e, al contempo da chi conosce anche quel teatro come si conosce un diario segreto: non solo date, non solo parole o nomi, ma il respiro stesso del luogo, le battute dette nel buio, le promesse tessute nella polvere del palco. Un’eco della vita comune che si riflette in ogni sipario abbassato.
Poco dopo, alle ore 19.15, un assaggio di ciò che verrà: l’anteprima dello spettacolo previsto per dicembre, una promessa dolce e vibrante che anticipa il futuro del teatro, che non vuole accontentarsi di sopravvivere ma che vuole continuare a cantare, recitare, incantare.
Infine, alle ore 20:00, il sipario non chiude ma accoglie: lancio dei corsi del programma 2025/26, saluti e un buffet. Tra chiacchiere, brindisi e ricordi, il teatro torna ad essere casa — uno spazio che non divide ma raccoglie, che unisce le generazioni sotto lo stesso tetto di legno, luci e sogni.
Ora questa festa dei cinquant’anni non è soltanto la celebrazione di un edificio -speciale e che ha avuto ben oltre le sue due vite, chiesa e teatro-, ma la testimonianza viva di un luogo che ha ascoltato innumerevoli segreti, contenuto urla, sospiri, applausi e emozioni variopinte. È la riscoperta, per chi c’era, e la scoperta, per chi verrà, del miracolo quotidiano che un teatro può essere: memoria che cammina, scena che vive, comunità che ride, ama, ricorda.
Perché nel teatro come nella vita il vero incanto è saper fare della luce un rifugio, del silenzio un dialogo, della storia una promessa.
Un ricordo personale
di Alessandra Battaglia

Un mio ricordo personale. Molti anni fa, quando avevo addosso una fame di vita che non sapevo ancora nominare, un pomeriggio d’inverno entrai per la prima volta nel Teatro Chiesa Vecchia di Colonna. Ridevo troppo forte, leggevo troppo veloce, parlavo anche quando avrei potuto ascoltare. Eppure, in quel tempo frenetico e innamorato di tutto, ricordo un pomeriggio in cui la corsa si fermò. Fu Riccardo — Riccardo Serventi Longhi , celebre per aver partecipato a “Laura non c’è”, “Palermo Milano solo andata”, Don Matteo”— a invitarmi al Teatro Chiesa Vecchia. Lui aveva già qualcosa di magnetico addosso: il portamento di chi conosce il peso e la grazia del palcoscenico, la voce levigata da battute classiche e improvvisazioni folli, lo sguardo di chi riesce a vedere oltre le cose. E davvero, negli occhi aveva un fuoco sottile, una febbre che brillava senza bruciare.
All’epoca teneva corsi di teatro insieme a Emanuela Visconti, che era — ed è ancora — il cuore operativo e poetico di questo spazio. Già allora era un ragazzo capace di accendere idee come se fossero lampade e tenere insieme, con discreta fermezza, generazioni di artisti e allievi. Era un tempo vivo, fertile, coraggioso. Il teatro era più sgarrupato, ma già vibrava come un organismo, come un tamburo che rispondeva al battito della comunità.
Avevo forse la metà dei miei anni e indossavo un bellissimo cappottocon gli spacchi che erano top di moda, troppo grande per il mio corpo ma perfetto per nascondervi dentro tutto il calore che volevo a dispetto di magliettine corte e jeans tosti e ghiacciati. Arrivavo al Teatro Chiesa Vecchia in un pomeriggio d’autunno con l’idea di trovarci un odore di castagne e velluto impolverato. Le sedie erano vuote, le luci spente. Eppure sentii qualcosa accendersi dentro, come se le pareti respirassero e sussurrassero nomi, battute, sospiri.
Ricordo l’ingresso: aprii la porta con la delicatezza di chi entra in una chiesa. Le luci erano basse, l’odore era quello — indimenticabile — del legno, della polvere buona, del velluto stanco. Io mi muovevo tra le file delle sedie come in un gioco, sfiorando le pareti, domandando tutto. E lui, paziente, mi raccontava. Ogni dettaglio aveva una storia, ogni angolo custodiva un segreto.
“Ciao, siete arrivati! Venite qui, Alessandra avvicinatevi, stiamo finendo le prove “
aprendosi in quel sorriso bianchissimo sormontato dall’azzurro cristallino dei suoi occhi. Quello dal quale ci salutava venendoci incontro durante le prove, non era solo un teatro. Ad un certo punto mi sembrò uno specchio. Bastò poco per capire come funziona. Se ci sali sopra, ti vedi davvero.
In quel momento capii che non si trattava solo di recitare, ma di rivelare. Di raccontarsi a chi ascolta. E forse anche a sé stessi.
Oggi Riccardo ha cambiato scena: è maestro di yoga, insegna la quiete dopo aver frequentato l’ebbrezza ancora più frenetica dei set cinematografici. Emanuela, con lo stesso sguardo di allora, continua a custodire e rinnovare lo spazio con generosità e visione, rendendolo un luogo che accoglie, forma, ispira.
Allora Riccardo teneva corsi di teatro, insieme a Emanuela Visconti — un sodalizio fatto di passione e libertà creativa. Era un tempo fertile, in cui bastavano una luce calda e due sedie per costruire mondi. Emanuela era già una figura di riferimento: oggi, vent’anni dopo, è ancora lei a prendersi cura dello spazio, rinnovato e polivalente, con la stessa devozione con cui si custodisce un bene sacro.
E Riccardo, oggi maestro di yoga e di ascolto interiore, ha lasciato il palcoscenico senza mai davvero abbandonarlo, portandone l’essenza in ogni gesto che insegna.
Io ho continuato a scrivere, cercando proprio quella vibrazione che sentii lì, in platea e poi tantissime volte con il microfono.
Ogni volta che torno in quel teatro, non cerco il presente. Cerco la ragazza con il cappotto largo e l’amico -all’epoca era un astro nascente già acclamato per il suo ruolo in Fantaghirò, sotto e sopra Riccardo nel ruolo di Fidor in Fantaghirò- ,che le offrì la chiave del sogno diverso, quello dalla sua prospettiva. E puntualmente li ritrovo. Seduti in ultima fila. In attesa che il sipario si apra.
Quanto a me, da quel giorno ho sempre continuato a scrivere. Con un po’ più di ascolto. Un po’ più di silenzio tra le righe.
In tutti questi anni le migliaia di volte in cui sono stata a teatro, come giornalista o per puro amore di assistere alla magia irrinunciabile di ogni teatro, piccino o maestoso che sia, un riverbero di quella esperienza fatta al Teatro Chiesa Vecchia mi accompagna sempre. Chissà perchè poi le esperienze più toccanti ed intense avvengono sempre in posti inattesi, lontano dai riflettori altisonanti, e per caso, in un pomeriggio qualsiasi, in un borgo come la gemma nascosta di Colonna, il più piccolo dei Castelli Romani.
E ogni volta che torno lì, tra quelle mura, sento che quel teatro — esuberante come la ragazza che ero, profondo come quel pensiero e come le parole di Riccardo, che non ricordo ma ne percepisco ancora il significato e la forza rivelatrice di quel momento— non ha mai smesso di parlarmi in quel modo. E io non ho mai smesso di ascoltarlo.
Sentimenti artistici quelli che ispirano le tavole di legno che compongono i palchi. Così impalpabili da restare, come la polvere buona di quel pomeriggio, tra vento e foglie croccanti sotto gli stivaletti, dentro i miei pensieri ancora oggi.
Alessandra Battaglia


