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La violenza verbale e un regista senza rispetto

Superbia violenta travestita da fama

by Alessandra Battaglia

È giusto che si sappia. Non voglio essere complice di chi fa finta di nulla davanti a tanta arroganza e violenza verbale perché proviene dal potere: quando dietro un regista c’è solo  miseria.

C’è un tipo di violenza che non lascia lividi, ma segna lo stesso. Una violenza più sottile, e per questo spesso sottovalutata: la violenza verbale, quella che si consuma in mezzo a una folla muta, che esplode in un urlo immotivato, e che si spegne nell’indifferenza generale, come se fosse normale.

Non lo è. E oggi lo voglio dire.

L’episodio è avvenuto ieri a Roma, davanti a un cinema, dopo una premiazione presso la sede WeGill della Regione Lazio. Sono con una donna, un amministratore di un Comune e il nostro editore videomaker. Riconosciamo davanti ad un cinema un regista. Faccia nota e autore di un film in cui ha recitato un nostro caro amico attore. Allora mi avvicino con l’idea di poter interagire per qualche minuto con lui, del resto il suo film più noto ci era piaciuto per quello squallore disagiato e cinico con cui descrive nel protagonista, arido sbruffone, le miserabili vite della sua comitiva in una città decadente e lasciva eppure irresistibilmente bella. Un circo di depravazione e menzogna che evidenzia lati oscuri di alcuni ambienti apparentemente ambiti. Un film che avevo apprezzato per la capacità di raccontare una realtà degradata, moralmente scivolosa, ma vera. Quel tipo di cinema che non salva nessuno e non cerca di farlo. Duro, crudo, disturbante, ma a suo modo efficace.

Per questo, avvolta dai pensieri di questa evocazione, faccio pochi passi nella loro direzione, con discrezione, salgo qualche scalino per avvicinarmi. Nulla di invadente. Aspetto solo che mi noti. Il regista è circondato da una quindicina di persone, molti uomini, qualche donna. Tiene in mano un grosso sigaro — e già quell’ostentazione mi infastidisce, ma sorvolo. Penso: sarà parte del personaggio. La persona che era tra me e lui si gira verso me e mi guarda. Inespressivo devo dire. Il regista mi guarda. E prima ancora che possa dire una sola parola, esplode in un urlo assurdo e violentissimo:
“STO LAVORAAANDOOOO!!!”.

Resto impietrita. Un attimo prima c’era emozione, forse anche un sorriso. Un attimo dopo, gelo. Silenzio totale intorno. Nessuno reagisce. Tutti fermi. Tutto immobile. Lui, l’unico a muoversi, urlando. Resto malissimo. Percorro gli sguardi dei presenti lì davanti all’ingresso del cinema e vedo indifferenza totale. Alcuni nemmeno si voltano. Tutto tranquillo dopo quel boato, nulla si muove. Niente accenna una punta di reazione. Assurdo. Sono impietrita, eppure fa molto caldo, frastornata per la reazione esagerata e volgare, inutile.

Mentre sto per indietreggiare lungo la scalinata dico quasi sottovoce al regista  …volevo solo domandar… Ma nemmeno finisco che lui ribatte un secco No sempre a decibel inappropriati.

Ecco, si parla tanto di violenza sulle donne. E questa è proprio una di quelle forme odiose. Capisco cosa provano le vittime per la prima volta.

Mi sento io in forte disagio. Sudo freddo. Sono frastornata sia da quelle grida sia perché non capisco la reazione così esagerata e violenta. Ha brandito pure il braccio con una forza nervosa, quello che finiva con quel coso scuro che sempre mi pare un pezzo di sterco. In quegli istanti sono quasi accecata dalla aggressività cosi ostentata. In 4 secondi aveva già deciso di aggredirmi veper dimostrare alla sua platea la superiorità. Ecco un essere spregevole sostituirsi al nome letto e associato a qualche film che ci era piaciuto. Se uno deve dimostrare di esistere prevaricando il prossimo così che cosa vale?

Decido di scrivere questo articolo anche se in verità vorrei, lo giuro, solo dimenticare l’accaduto.

Quando ho cercato di non lasciarmi travolgere da quell’urlo incredibile, ho provato a dire qualcosa con voce appena accennata: “Volevo solo domandar—”. Ma lui mi ha interrotto bruscamente con un altro “NO!”, urlato, secco, inappropriato. In quel “No” c’era già tutta la sentenza, il giudizio, la chiusura. E sopra tutto: la prepotenza.

Il gesto del braccio, il sigaro agitato con ostentazione, l’energia aggressiva: tutto raccontava un messaggio chiaro — “io comando, tu sparisci”.

E io in quel momento ho capito qualcosa. Ho capito cosa significa sentirsi piccola, umiliata, zittita senza motivo, solo per essermi avvicinata, per aver mostrato gentilezza, ammirazione.

Questa è violenza.

Non serve alzare le mani per essere violenti. Un urlo può bastare, se è sproporzionato, brutale, progettato per schiacciare lo e davvero vi assicuro. E se viene da qualcuno di noto, di celebrato, di premiato, allora pesa ancora di più.

Non ero lì come giornalista. Non avevo microfoni né telecamere. Ero solo una donna qualunque in una mattina qualunque, ma bellissima, questo si. Ma evidentemente, per lui era già troppo.

Mi sono sentita, per la prima volta, dentro una forma di violenza di genere. Perché sì, lo era. Per la dinamica, per l’abuso di potere, per il bisogno di dominare lo spazio con la voce, con il corpo, con il gesto teatrale. Per la totale mancanza di misura nei decibel assurdi.

E allora oggi mi chiedo: cosa rimane della fama, dei premi, del talento, se alla base manca la più elementare delle qualità umane? L’educazione. Il rispetto. La gentilezza.

Questo non è solo un episodio personale. È uno specchio sociale. Perché ciò che mi ha ferito più del grido è stato il silenzio collettivo. La normalizzazione. Nessuno ha detto una parola. Nessuno ha fatto un cenno. Nessuno ha pensato che magari, urlare contro una donna che non aveva ancora aperto bocca, non fosse del tutto normale.

Ma non lo è.
E non deve esserlo.

L’indifferenza è parte del problema.

La società ha costruito un’idea di successo che tollera la prepotenza, che accetta l’arroganza come cifra stilistica, che perdona tutto a chi ha visibilità. Ma il successo non dà diritto all’abuso.
Anzi: chi è visibile dovrebbe essere il primo a dare l’esempio.

Il vero valore non è nei premi né nei riflettori. Il valore è nel modo in cui tratti chi non ha nulla da offrirti. È in quel momento che si misura l’umanità di una persona e il valore della persona stessa.

Ieri ho capito che il successo non trasforma le persone: le rivela.
E dietro certi personaggi pubblici, troppo spesso, si nasconde solo il nulla: un vuoto arrogante, incapace di gestire nemmeno la presenza gentile di qualcuno che ti si avvicina con ammirazione.

Voglio dire a chi lavora nel mondo dello spettacolo e in generale a chiunque abbia un ruolo pubblico di fermarsi a riflettere su come il potere e la fama non diano diritto a trattare gli altri con arroganza o violenza verbale. Voglio sottolineare l’importanza di ascoltare e dare voce a chi subisce atteggiamenti simili, per promuovere una cultura del rispetto.

Successo, fama e potere NON cambiano nessuno; successo, fama e potere amplificano solo chi siamo, nel bene e nel male.

E per alcuni addirittura sembrano legittimare arroganza, prevaricazione e la totale mancanza di rispetto verso chiunque non si consideri “alla sua altezza”. È un messaggio che ferisce e che spinge a pensare che, nella scala sociale di alcuni prevaricatori di sempre quando entrano in certi mondi, chi non è sotto i riflettori diventa invisibile, inutile, “niente”. Una persona si misura dalla ostentazione di una fama che rende i comportamenti tirannici e spregevoli.

Ringrazio le circostanze perché non sprecherò mai più un secondo a vedere nulla fatto da chi ha maturato un esercizio alla violenza verbale contro le persone talmente consolidato da esplodere con tale veemenza in pochi secondi.  Non lo farò per scelta. Per rispetto verso me stessa.
Perché le parole hanno un peso. E a volte, un urlo può ferire come un pugno. Ed è tempo che cominciamo a chiamare le cose con il loro nome. E la violenza si chiama violenza.

Grazie a questo squallido incontro ho visto chi sia esattamente quel nome e cognome sul piedistallo dove anche io ho concorso a metterlo insieme a voi Lettori, noi Il Pubblico. E guadagno tempo e vita per chi merita.

Alessandra Battaglia

P. S. Ovviamente le immagini sono di repertorio.

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1 comment

Davide Mancori Maggio 15, 2026 - 10:39 pm

Questi sono i primi effetti collaterali relativi al blocco del tax credit e dalla presenza, ormai giornaliera, della Guardia di Finanza a Cinecitta’ Studios. Queste persone arroganti, Sorrentino non e’ certamente l’unico, dopo aver fagocitato gli ultimi residui di denaro pubblico non hanno piu’ modo di accentrare intorno a loro stessi la dismisura del proprio ego. L’unica modalita’ e” la volgare manifestazione del loro “Io” quando ormai hanno capito di essere giunti ai respingenti del loro binario. La GdF sta’ setacciando Cinecitta’ Studios e altre sedi per capire come siano stati fatti sparire 50 milioni di euro. In gran parte nei film di Costanzo e Virzi. Non ho molta fiducia nella magistratura e temo che, anche questa volta, in diversi saranno gia’ scappati con il malloppo. Inoltre, conoscendo il colore di molti togati, appare verosimile che le produzioni legate a quello schieramento difficilmente saranno infastidite. Da appartenente al mondo del cinema da quasi 64 anni mi felicito che a questi personaggi non venga piu’ concesso il credito finanziario che hanno ricevuto sino ad oggi. Se questa e’ la fine della settima arte spero vengano presto le esequie. Il denaro pubblico serve a scuole e sanita’. Basta con il continuo stillicidio a favore dl questi arroganti.

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