Home Cultura e Spettacolo Allo Jovinelli ottimi Michele Placido e cast ne “La bottega del caffè”

Allo Jovinelli ottimi Michele Placido e cast ne “La bottega del caffè”

da redazione

Fino a domenica 19 marzo il Teatro “Ambra Jovinelli” di Roma si popola dei tanti personaggi de “La bottega del caffè” con un eccezionale Michele Placido attorniato da un cast di ottimi attori. A dirigerli Paolo Valerio che dichiara: “Accogliamo appieno e portiamo sulla scena tutta la vitalità e il divertimento della commedia, la comprensione che l’autore (Carlo Goldoni n. d. r.) mostra per l’uomo, di cui ritrae con sottigliezza le virtù e i lati oscuri”.

Il carismatico Michele Placido – che nella lunga e brillante carriera ha attraversato cinema, teatro e tv -, questa volta veste i panni (tra l’altro costumi splendidi grazie ad Atelier Nicolao) di un antieroe che vi ruberà l’attenzione per tutto lo spettacolo. Si tratta di Don Marzio, nobile napoletano che frequenta assiduamente appunto quel “La bottega del caffè”, capolavoro di Goldoni.

Personaggi universali e senza tempo. C’è chi osserva, chi si crede protagonista, chi si rovina al gioco, chi si tradisce, chi si ama, chi si ritrova. L’arte del pettegolezzo è scandita con suprema malizia e strategia da Don Marzio incarnato dall’eccellente Michele Placido che, nonostante il ruolo, non riesce a starci antipatico.

La commedia si mostra subito per il suo impianto corale e fortemente coinvolgente, con un ritmo amplificato dal talento di tutti.

L’opera, per alcuni critici emblematica della riforma drammaturgica di Goldoni, opta per rielaborare l’esibizione delle maschere come metafora di ruoli. Ne vediamo di tipiche veneziane e carnascialesche, ma ne leggiamo altrettante sui volti espressivi degli interpreti che ben si prestano a diventare archetipi. Saggezza e dissolutezza, verità e funzione, fedeltà e tradimenti, generosità e dissolute za si alternano. Nei dialoghi – nonostante la suggestiva ambientazione veneziana, si ascolta la lingua toscana: un abbinamento che ripropone, in chiave simmetrica, gli aspetti genetici da cui si sviluppa questa nuova versione che infatti nasce dalla Coproduzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Goldenart Production, Fondazione Teatro della Toscana.

Tutto il pubblico del debutto romano assiste con grande attenzione al dipanarsi della storia che disegna quel microcosmo superbamente delineato da Goldoni e popolato da un caleidoscopio di umanità.

Gli interpreti realizzano un articolato e fluido danzare con il loro essere in scena rappresentando, perfino quando sono in posa immobile, intenti nelle proprie attività “freezzate” , un panorama umano molto variegato che funge da affresco sociale in cui specchiare l’attualità. Ad indossare le “maschere” di questi iconici personaggi, pur se a volto scoperto e ben espressivo, sono Luca Altavilla, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Anna Gargano, Vito Lopriore, Francesco Migliaccio, Michelangelo Placido e Maria Grazia Plos. Le stupende scene sono di Marta Crisolini Malatesta, le luci, che seguono le vicende sottolineando e la temperatura emotiva, sono di Gigi Sacco mandi. A firmare le musiche è Antonio Di Pofi, mentre i bellissimi movimenti di scena sono a cura di Monica Codena.

Questi gli ingredienti della versione del regista Paolo Valerio che ripropone il capolavoro, parte delle “Sedicicommedie nuove “, scritte da Goldoni nel 1750. Immutata l’impronta acuta e divertente con cui le relazioni dei diversi personaggi ruotano attorno al Caffè gestito con oculatezza da Ridolfo e dal suo aiutante Trappola. Il palcoscenico ospita anche la casa da gioco di Pandolfo, dove il giovane mercante Eugenio, vittima della dipendenza dal gioco, lascia tutti i suoi averi, impegnando perfino i pendenti della moglie, la giovane Vittoria. La donna, dai sentimenti sinceri, molto dovrà penare – sostenuta da Ridolfo – per tentare di riportare il marito sulla retta via. Anche il conte Leandro è dedito al gioco, ma a lui la fortuna sembra sorridere sia al tavolo (o forse ad aiutarlo sono carte truccate? ) sia in amore, visto che la bella ex ballerina Lisaura si lascia ammaliare, nella speranza di sposarlo e cambiar vita. Quando il quadro sembra già delineato, arriva a Venezia una pellegrina – Placida – che svelerà i segreti dell’aitante conte.

La commedia si articola da subito con l’interazione e sovrapposizione divertente e spigliata di diverse figure e vicende tra affari, pentimenti e colpi di scena.

Per tutto il tempo della pièce (che vola gradevolmente) la gremita sala dello Jovinelli segue l’intrecciarsi diverse storie personali.

Vanità, speranze e delusioni passano davanti agli occhi di Ridolfo, proprietario della caffetteria, mentre le vicende arrivano all’orecchio malizioso di Don Marzio, nobile napoletano che sorseggiando il caffè scruta dentro l’ingranaggio segreto di questo piccolo mondo e si diverte ad ascoltare, distorcere e manipolare informazioni che determineranno i destini di tutti i protagonisti.

Il regista Paolo Valerio dichiara: “Sono partito da un’immagine, un’ispirazione sollecitata da un testo di Georges Perec, ‘La vita: istruzioni per l’uso’. Lo scrittore francese immagina di poter aprire la facciata di un palazzo parigino e di osservare e raccontare le vite che scorrono nei diversi appartamenti”. E così “Lo spunto ha influenzato in particolare il progetto scenografico, la creazione di un luogo fisico in cui assieme agli attori mettiamo in scena e raccontiamo ‘il fascino irresistibile del pettegolezzo’ che anima questo capolavoro di Goldoni”.

Alla prima nella capitale, tra gli scroscianti applausi, tributati a tutto il cast tecnico ed artistico, Michele Placido si rivolge al pubblico così: “Grazie, perché con la vostra resistenza indossando le mascherine, avete fatto in modo da far tornare a respirare il teatro italiano”.

Alessandra Battaglia

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